Angelo Vicini, lo scrittore e poeta vogherese, nel suo libro “La séna di Sèt Sèn” scrive “…fra tutte le feste pagane e religiose il Natale è senz’altro quella più ricca di storia, di fascino, di mistero, di tradizioni, di leggende, di curiosità…”.

Ogni paese ha le proprie usanze e tradizioni che sono state tramandate nel corso degli anni e il nostro Oltrepò Pavese non è certo da meno.

Accade però che con il passare del tempo certe tradizioni vengano dimenticate o restino solamente nella memoria degli anziani.

E’ stato merito di Piera Spalla del Ristorante Selvatico di Rivanazzano, se una di queste tradizioni è stata custodita, tutelata, tramandata e rispettata tanto da avere ottenuto nel 2010 la De.Co. (Denominazione Comunale).

Si tratta della “Cena delle sette cene“, cioè il pasto detto “di magro” ma molto ricco, che veniva consumato fin dal medioevo nel nostro Oltrepò Pavese la sera dell’antivigilia di Natale. Un pasto composto da sette portate in vista del digiuno del giorno successivo perchè la tradizione voleva che si digiunasse la Vigilia di Natale per essere maggiormente desiderosi di festeggiare la venuta di Gesù Bambino anche a tavola.

La cena delle sette cene, tramandata per tradizione popolare in forma orale, era molto attesa sia dai contadini e dai braccianti che vivevano in una situazione di povertà dove il cibo scarseggiava, sia dai benestanti proprio per le motivazioni intime, umane e religiose che coinvolgevano tutti e a cui partecipavano.

La cena delle sette cene non era infatti solo una cena fine a se stessa o un semplice fatto gastronomico, ma un rito importante in cui ogni vivanda e ogni gesto acquisivano poteri miracolosi validi per l’anno a venire e in cui tutto era magico e assumeva significati ben precisi a cominciare dal numero delle portate, il sette, uno dei numeri sacri per eccellenza.

Sette sono le portate che compongono il menu, come sette sono i peccati capitali, sette i giorni della Creazione e sette le ore di luce in inverno.

Il pane stesso diventava alimento di grande attenzione grazie alla leggenda secondo la quale, durante la fuga in Egitto, Gesù Bambino fu nascosto in un cofanetto, adagiato sulla pasta di pane che lievitò fino ad avvolgerlo e nasconderlo agli occhi dei nemici che lo cercavano. In quei tempi gli Ebrei preparavano il pane senza lievito, ma quella pasta di pane invece lievitò.

Da qui deriva anche la cura speciale del processo di lievitazione del pane con la conservazione del “carsént“, il lievito naturale, che era l’unico modo per poter fare il pane la volta successiva.

Così durante la cena, il capofamiglia posava sulla tavola un “Micòn“, una grossa micca di pane con infilato sopra un bastoncino. A fine pasto ne distribuiva dei pezzetti a tutti allo scopo di preservarli dalle malattie. Il pane avanzato veniva tenuto da parte fino alla festa di Sant’Antonio Abate (il 17 Gennaio) quando era usanza darne dei pezzetti agli animali della stalla per proteggerli tutto l’anno dalle malattie. Questo perchè i “besti d’la stala” erano importanti per la famiglia contadina in quanto ne garantivano la sopravvivenza e con la loro vendita venivano pagati gli affitti e le tasse.

La zuccaLa suca“, ingrediente principale della “torta di zucca“, con il suo colore giallo, rappresentava nella cena delle sette cene il sole, il calore e l’energia.

L’articolo sulla Zucca Berrettina lo trovate CLICCANDO QUI

L’aglio, l’Aj, aveva lo scopo di allontanare gli spiriti malefici così come la cipolla, la Sigùla, era un rimedio contro i malefici delle streghe purchè raccolta durante la luna calante quando l’influenza malefica andava perdendo la sua forza. L’aglio e la cipolla erano presenti nell’insalata di barbabietole, peperoni e acciughe e nelle cipolle ripiene che venivano messe a cuocere nel forno dove si faceva cuocere il pane o nel camino di casa e anche sulla stufa a legna.

Sempre con la cipolla e con l’aglio veniva preparato un sugo agliato per condire delle tagliatelle di pasta fresca tagliate larghe, chiamate “Fas dal Bamben” (Fasce del bambino). Le tagliatelle preparate dalle donne di casa erano stese sul tavolo di legno o appese a un filo steso in cucina. Nel sugo venivano messe anche le noci tritate simbolo di abbondanza e prosperità.

L’uvetta, l’uvata, anch’essa simbolo di abbondanza era ingrediente del “marlus cun l’uvata” (merluzzo con l’uvetta), il merluzzo secco e salato, messo a bagno nell’acqua il giorno precedente e sciacquato diverse volte per liberarlo dal sale.

Non mancava nella cena delle sette cene, la “mustarda” che veniva accostata alla formaggetta fatta con il latte di mucca munto nella stalla di famiglia.

L’articolo sulla Mostarda di Voghera lo trovate CLICCANDO QUI

 

Le pere, in particolare i per giasò (pere ghiacciolo. Scoprite l’articolo sui frutti antichi cliccando QUI), e le castagne raccolte in autunno erano le ultime della stagione, venivano cotte e messe in tavola con quella crosticina di zucchero bianco a ricordo dell’inverno e del ghiaccio e concludevano il menu dell’antivigilia.

La nostra Ricetta:

Pere cotte con cascata di Miele di Castagno e castagne

Abbiamo utilizzato delle pere Kaiser che riteniamo siano quelle che più si avvicinano alle Pere Ghiacciolo. Grazie alla polpa bianca e succosa, si prestano bene in cucina per la cottura anche in forno.

Abbiamo cotto le pere e le abbiamo lasciate raffreddare. Successivamente le abbiamo adagiate su un piatto di portata facendo colare su di esse una golosa cascata di Miele di Castagno dell’Oltrepò Pavese, andandole ad impregnare bene. 

Le pere vanno servite insieme a delle castagne cotte e (gusto soggettivo) con una spolverata di cannella!

Un menù che attraverso storia e tradizioni, infarcito di usanze e superstizioni è giunto fino a noi tramandato dai nostri anziani.

Oggi numerosi ristoranti e agriturismi oltre padani si sono riappropriati di questo menù della tradizione e lo ripropongono fedelmente ai loro clienti.

Bello sarebbe se ogni famiglia, come nel buon tempo andato, si riunisse alla tavola serale dell’antivigilia con quello stesso menù, simbolo di un Natale genuino e semplice, privo di tutta quella superficialità figlia della globalizzazione.

Il menu:

Insalata di Barbabietole, peperoni e acciughe

Torta di Zucca

Cipolle ripiene

Fasce del Bambino con l’agliata

Merluzzo con l’uvetta

Formaggetta con la Mostarda

Pere ghiacciolo cotte con le castagne bollite

La Sèna di Sèt Sèn

Insalâtâ âd Bidràv, püvròn e inciùd

Turtâ d’sücâ

Sigùl cul pen

Fas dâl Bâmbén cul l’âjà

Mârlüs cun l’üvâtâ

Furmâgiâtâ cul lâ mustàrdâ

Per giâsö cot cul i bâlât

Fonti:

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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