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Qualche settimana fa abbiamo condiviso con voi il nostro articolo dedicato ai Cantastorie dell’Oltrepò Pavese “Quando in Oltrepò si esibivano i Cantastorie”. Le nuove generazioni non conoscono l’importanza che avevano le figure dei Cantastorie nel passato del nostro territorio.

Come detto nel precedente articolo, gli ultimi Cantastorie Pavesi sono stati Adriano Callegari, originario di Voghera, Angelo e Vincenzina Cavallini, originari di Tromello e Antonio Ferrari, di Mornico Losanna.

Oggi vogliamo proprio portare un ulteriore approfondimento sui cantastorie, in particolare su Antonio Ferrari.

La scrittrice Isabel Lanfranchi, che ha già collaborato con NarrandOltrepò pubblicando alcuni estratti del suo diario “Oltre quel Po” (potete trovare gli estratti seguendo questo link: https://narrandoltrepo.it/oltre-quel-po-2021-di-isabel-lanfranchi/ ), porta oggi il suo contributo con l’intervista al cantastorie pavese, Antonio Ferrari, realizzata nel 1995.

Un tesoro da leggere perchè ci riporta indietro nel tempo, alla saggezza popolare dell’Oltrepò Pavese di una volta, quella tramandata nelle piazze e nei mercati.

“SULL’ARIA DI …” UN RICORDO
(intervista al CANTASTORIE ANTONIO FERRARI, 1995) di Isabel Lanfranchi

Il luogo di incontro era la piazza, nei giorni di mercato. L’arte popolare, infatti, collocava le
sue sedi naturali nei mercati e nelle fiere.
Il cantastorie poggiava a terra gli strumenti del mestiere, riconoscibili e ben in vista, al solito posto: una poderosa fisarmonica Dallapè e la valigia della “stampa” segnalavano il suo arrivo. Quella presenza scenica racchiudeva romanze e sprigionava risonanze.
Lasciato in avamposto il suo armamentario, messo in posa volutamente per suscitare curiosità e aspettativa, quasi fosse un’anteprima, il cantastorie se ne andava al bar a bere qualcosa.
Intanto la gente, di sguardo in sguardo e di bocca in bocca, faceva circolare il passaparola alla svelta. Ben presto cominciava a radunarsi e a formare il cosiddetto “treppo”. L’attesa durava il tempo di un bianchino. Una volta lubrificata l’ugola, il cantastorie arrivava a occupare il centro dello spazio teatrale improvvisato. Imbracciava la sua fisarmonica: un potente concentrato di scala cromatica, centoventi bassi, voci in quarta e sei file di bottoni.
Il gioco di intesa e il contatto diretto con il pubblico erano immediati. Da buon intrattenitore e affabulatore qual era, il cantastorie distribuiva e vendeva “fogli volanti”, dov’erano stampati i testi delle canzoni. Lo scopo era quello di coinvolgere il più possibile le persone, di renderle partecipi e di indurle a cantare.
Le esibizioni, del resto, non si limitavano a lunghe tiritere e neanche a uno strambotto di scarso valore. Certo, spesso le storie appartenevano al genere comico, tanto che alcuni motivi tradizionali per le strofette sono entrati a far parte dell’intercalare comune: ad esempio, “paraponzi-ponzi-pa” e “bim-bum-ba”. Ci si divertiva anche a parodiare motivi di
canzonette d’autore di successo. Invece molti componimenti “canzonetizzati”, chiamati “fatti”, si rifacevano al genere drammatico e raccontavano storie vere o inventate. Quelle vere riprendevano importanti fatti di cronaca che, così divulgati, entravano nell’uditorio e nel circuito della piazza.

Il ramingare senza sosta del cantastorie includeva inevitabilmente novità, imprevisti, improvvisazioni, una varietà eterogenea di situazioni, ma anche il suo varietà. Era una forma di spettacolo itinerante, che passava da un paese all’altro, di festa in festa, di piazza in piazza; la sua versatilità si adattava alle fiere, ai mercati, alle sagre, alle osterie, alle
stalle. Esso rientrava di diritto nella cultura orale e, tra le costanti, manteneva con costanza l’intento di trasmettere ben chiaro e comprensibile il testo verbale. Le parole rappresentavano gli elementi primari; la musica fungeva da supporto. Spesso i cantastorie imparavano le “arie”, ossia i “motivi” delle canzonette, da altri colleghi. Le ascoltavano
eseguire, le tenevano a mente e poi le eseguivano a loro volta, magari apportando alcune modifiche, rielaborazioni, variazioni, scelte espressive, introduzioni di nuovi colori drammatici o lirici.
Ad esempio, Antonio Ferrari, classe 1909, affinò il mestiere grazie alla collaborazione e al confronto con Agostino Callegari. Me lo raccontò quando lo intervistai, nell’ormai lontano autunno del 1995. Andai a fargli visita nella Casa-albergo per anziani “Pertusati” di Pavia, dove alloggiava. Lo trovai seduto in un angolo, rannicchiato in se stesso, rimpicciolito dall’età e dalle dimensioni di quella stanza, grande quanto un atrio. Non mi chiese per quale motivo fossi interessata alle sue memorie. Gli importava solo di avere un’occasione per rievocare il suo passato. Il volto singolare, pacatamente assorto nei ricordi, reclinava sulla voce. Riusciva a cantare con lo sguardo la storia di una vita.
Era originario di Mornico Losana e per questo lo chiamavano “il Murnigòt”.

Fece la sua prima apparizione come cantastorie nella piazza di Santa Maria della Versa, il Lunedì di Pasqua del 1932. La rincorsa entusiastica degli episodi più significativi lo condusse rapidamente a quel giorno del maggio 1935 quando, mentre stava esibendosi a Voghera, alla fiera dell’Ascensione, in mezzo al pubblico notò la figura alta e ingobbita del “Gusto”, alias Agostino Callegari. Coperto da un mantello a ruota, se ne stava appoggiato a un muro ad ascoltarlo con attenzione. Da allora divennero soci, fino alla morte di Agostino nel 1942. Persino in piena guerra, insieme ad altri cantastorie, andò in giro a cantare canzoni e a raccontare storie. Ebbe e mantenne la capacità di reggere il lavoro di piazza in una situazione di crescente difficoltà, di pericolo e di crisi.
“In quel periodo”, disse, “capitò quella volta che, alla fiera autunnale di S. Martino, a Montalto Pavese, sul più bello dello svolgimento del programma, fummo avvicinati da alcuni partigiani e invitati a suonare la marcia comunista Bandiera Rossa, pena l’immediata ritirata, nel senso che altrimenti avremmo dovuto allontanarci all’istante. Io non
conoscevo il motivo, ma fortunatamente il mio collega, più vecchio del mestiere, sì, lo sapeva. Mi tranquillizzò dicendomi di far finta di seguirlo nei primi accordi, fino a quando non l’avessi imparata. Un mese dopo ci trovavamo al mercato di Natale, a Casteggio, e qui i repubblichini, al corrente dell’episodio di Montalto, ci intimarono, se non avessimo voluto passare dei guai, di suonare l’inno fascista, Giovinezza, un po’ di volte.”
Antonio, sebbene avesse potuto scegliere la descrizione di altri avvenimenti o avesse potuto scherzare sull’abitudine di adattare il suo normale cappello alla foggia da cow boy, concentrò i ricordi soprattutto in quella fase storica. Del resto i lineamenti buffi, assunti per accentuare la vena comica di una canzone satirica o l’inflessione sentimentale della voce,
piegata sull’andamento canoro di un testo romantico, erano supponibili.

Di spessore diverso, invece, era la consapevolezza matura di aver contribuito a momenti di evasione in tempi nei quali un sorriso divertito sembrava impossibile o inconcepibile. Parecchi fogli dei cantastorie portavano l’indicazione “sull’aria di …”, seguita dai titoli di canzoni allora in voga. Prendo in prestito questa espressione, perché contiene un respiro di continuità, e la affianco ai ricordi del “Murnigòt”; così come le canzoni del suo repertorio,
lascino un finale aperto con le stesse parole: “Stretta è la foglia, larga è la via; dite la vostra che io ho detto la mia!”

Testo di proprietà dell’autrice Isabel Lanfranchi. E’ vietata la riproduzione senza il suo consenso.

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Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.