C’è stato un tempo in cui il paesaggio di una buona parte del nostro Oltrepò Pavese era segnato dalle ciminiere delle fornaci. Ed erano così numerose che coloro che guardavano dall’alto delle colline la pianura sottostante vedevano che “...quasi ad ogni campanile dei molti paesi sorgeva compagni un altissimo fumaiolo di fornace...”.

Le ciminiere sono state il simbolo di un Oltrepò che traeva la sua forza non solo dall’agricoltura, dal grano e dalla vite, ma anche dall’argilla che era abbondante sopratutto nel territorio pianeggiante compreso tra la riva destra del Po e le pendici delle colline.

La storia

La storia delle fornaci nel nostro Oltrepò risale ai primi del 1700 ed è legata a numerose famiglie svizzere, provenienti dal Malcantone (un’area del Canton Ticino delimitata dalle rive occidentali del lago di Lugano tra le città di Agno e Ponte Tresa) che, per sfuggire ad anni di crisi economica, decisero di tentare la fortuna nel territorio oltrepadano e non solo, che ritenevano ottimale per la produzione di laterizi, mattoni e tegole sopratutto.

Il forno Hoffman

Il primo a scegliere il nostro Oltrepò per impiantarvi fornaci fu Carlo Palli che da Pura, in Svizzera, scelse il nostro territorio per fondare nel 1712 la Società “Carlo Palli & Figli“. L’edilizia era in una fase di grande sviluppo e di fervida espansione e, pertanto, l’attività della fornace Palli aumentò considerevolmente tanto che la famiglia in poco tempo si trovò ad avere fornaci a Voghera (1752), Lungavilla, Bressana Bottarone e Pizzale. La Società Palli, nel 1868, ottenne in esclusiva per l’Italia il brevetto (presentato nel 1867 all’Esposizione di Parigi) per la cottura dell’argilla in forni “Hoffman” a fuoco continuo che velocizzava la produzione. Fino ad allora l’argilla veniva cotta in semplici forni temporanei prima e poi in forni a fuoco intermittente.

La produzione di Laterizi

Nella seconda metà dell’Ottocento altre intraprendenti famiglie del Canton Ticino giudicarono la natura del nostro territorio ideale per la produzione di Laterizi. Esse, tra le quali si possono ricordare i Bornaghi a Cigognola, i Carbonetti a Broni, i Poltenghi a Casei Gerola, investirono capitali e lavoro in aziende che cominciarono a sorgere velocemente un pò ovunque. Anche Casteggio aveva la sua fornace che si trovava all’incirca dove ora sorge la Chiesa del Sacro Cuore. Nel 1890 erano attive in Oltrepò ben 48 fornaci di cui 27 per la produzione di Laterizi, 19 per calce e 2 per prodotti refrattari.

Tante opportunità di lavoro

Le fornaci rappresentarono una grande opportunità di lavoro per la popolazione oltrepadana, un’opportunità di percepire uno stipendio tale da permettere un tenore di vita migliore del precedente. Per molto tempo mattoni e tegole continuarono ad essere prodotti con le stesse tecniche che venivano usate dall’epoca romana, senza subire cambiamenti di rilievo fino alla seconda metà del XIX° secolo quando le fasi della produzione cominciarono ad essere meccanizzate e modernizzate.

Furono molti quelli che andarono a lavorare nelle “furnas“, anche fanciulli e ragazze tra i 12 e i 15 anni. Fino alla fine della seconda guerra mondiale la maggior parte della manodopera delle fornaci oltrepadane era formata da lavoratori stagionali. Si lavorava sopratutto nelal stagione fredda e durante il resto dell’anno ci si dedicava sopratutto all’agricoltura e all’allevamento.

Ad ogni fase della lavorazione corrispondeva un operaio specifico. L’estrazione dell’argilla era effettuata normalmente da semplici manovali durante l’autunno. Lo strumento principale era la zappa con la quale un manovale, detto “maltirolo“, preparava anche l’impasto di argilla. Il “mattonaio” o “stampatore” realizzava i mattoni con l’aiuto delle mani e di stampi in legno e dopo li posava sull’aia per l’essiccatura. C’era poi il “bartulé” che caricava e scaricava mattoni e tegole dal forno. Gli addetti ai forni erano i “fuochisti” che controllavano il fuoco, mentre i “carbonai” erano coloro che rifornivano i forni di combustibile. Per finire c’erano i “carrettieri” o i “cavallanti“, esterni alla fornace, che trasportavano l’argilla e i laterizi prima dell’introduzione degli autoveicoli.

Un salario a cottimo

Le condizioni di lavoro degli operai delle fornaci, fanciulli e ragazze, donne e uomini, erano molto dure. La stagione lavorativa era di circa 150 giorni e si lavorava dalle 10 alle 14 ore al giorno. I contratti di lavoro erano inesistenti, almeno fino agli anni ’30 del novecento. Il salario era a cottimo, pagato settimanalmente e basato sulla quantità di mille mattoni o tegole o coppi prodotti. Solo i fuochisti ricevevano un salario fisso. Con l’avvento della meccanizzazione dei processi produttivi solo i “bartulé” continuarono a ricevere un salario a cottimo. I salari erano comunque bassi e comparabili a quelli di un contadino dipendente. Nel 1831 un “bartulé” guadagnava 1 Lira e 15 Centesimi al giorno e un fuochista 3 Lire.

Nel secondo dopoguerra l’industria dei Laterizi, legata alla ricostruzione e al boom economico, registrò un grande sviluppo raggiungendo l’apice nei primi anni ’60 del Novecento, durante i quali vennero estratti quasi un milione di metri cubi di argilla. Negli anni ’50-’60 lo stabilimento Palli di Bressana Bottarone contava cinque ciminiere e si presentava come un vasto complesso con capannoni che occupavano un’ampia area delimitando tre cortili. Nei primissimi anni ’60 all’interno del complesso c’erano tre fornaci: una per la produzione di tegole marsigliesi, una per la produzione di tegole catramate (detta la “furnaseta di negar”) e una per la produzione di mattoni forata e coppi.

Verso la chiusura delle Fornaci

Dopo gli anni ’60 la produzione superò la vendita per cui si incrementarono le giacenze ed al progressivo calo del settore fece riscontro la diminuzione delle fornaci attive. Molte furono le cause della crisi delel fornaci, dalla crisi dell’attività edilizia alla comparsa sul mercato di materiali alternativi al laterizio. E così la maggior parte delel storiche fornaci oltrepadane chiuse i battenti lasciando spoglie abbandonate a sè stesse con grandi e profondi vuoti originati dalle cave di argilla. Solo negli ultimi anni si sta cercando di recuperare le aree dismesse dalle vecchie fornaci e, sopratutto le cave.

Ottimi esempi in tal senso sono il Parco Palustre di Lungavilla, creato nel 1984 e il Parco Le Folaghe di Casei Gerola. Ma di loro vi racconteremo prossimamente.

Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.