Il nostro Oltrepo’ Pavese è costellato di luoghi e realtà storiche che hanno segnato, per anni, lo sviluppo economico dell’intero territorio. Un esempio? Santa Giuletta e le sue fabbriche di Bambole. Una storia che inizia nel lontano 1939, proprio alla vigilia della 2° Guerra Mondiale.

 

Ringraziamo Loretta Ravazzoli per averci accompagnati alla scoperta del Museo della Bambola di Santa Giuletta e per averci fatto conoscere la storia di una realtà produttiva storica del nostro territorio. Il tutto con tantissima passione.

Sulla nostra pagina Facebook, trovate l’album fotografico completo CLICCANDO QUI

Da Milano a Santa Giuletta

Negli anni ’30 e ’40 del ‘900, Santa Giuletta era un paese basato sull’agricoltura. La maggior parte dei giovani, all’epoca, seguiva le orme della propria famiglia nell’allevamento o nelle coltivazioni di grano, cereali o uva ed erano veramente pochi i ragazzi che potevano permettersi di proseguire gli studi e fare carriera, magari in città lontane. Nei primi anni del ‘900 due ragazzi del paese riuscirono a diplomarsi e ad essere assunti nell’allora molto famosa fabbrica di bambole milanese, la FATA, diventandone, anni dopo, azionisti.

Con l’avvento della Crisi Economica del 1929 anche la fabbrica FATA rischiò la chiusura. I due ragazzi, però con molto coraggio, decisero di rilevare lo stabilimento diventandone i proprietari. Nel 1933 aprirono un piccolo laboratorio di fabbricazione di bambole nel cuore del paese di Santa Giuletta, una stanzetta con due macchine da cucire e sette donne per provare ad ampliare la produzione nel loro territorio di origine creando posti di lavoro. Questo laboratorio si trovava nel palazzo in stile inglese, ancora oggi presente, situato quasi di fronte all’attuale Bar La Villa in Via Agostino Setti.

Nel 1939, proprio alla vigilia del secondo conflitto mondiale, i due imprenditori decisero di spostare tutta la produzione della fabbrica milanese a Santa Giuletta e, nonostante la guerra, la produzione non venne mai interrotta e nemmeno la vendita, anche nel milanese. Questo portò la fabbrica FATA a primeggiare sulle altre industrie nazionali di bambole, tanto che il prodotto, veniva spedito in tutta Europa, in America e in Australia. Grazie alla FATA, moltissime donne dell’Oltrepò Pavese vennero assunte, incrementando la sua altissima produzione richiesta non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Negli anni del dopoguerra, naquero distaccamenti della fabbrica FATA, tante piccole aziende che si distinguevano ognuna per un settore in particolare: si contavano all’incirca una quindicina di fabbriche di bambole, c’era quella che produceva gli occhi, quella che produceva capelli, quella che produceva il sonaglio per la voce che veniva inserito all’interno del corpo, altre producevano i vestiti e altre le parti del corpo che all’inizio erano in stoffa, poi in cartapesta, poi in polistirolo e alla fine in plastica.

Come si facevano le bambole?

Materiale di produzione

All’inizio le bambole venivano costruite con stoffa e porcellana,  successivamente però venne impiegato l’uso della cartapesta che era, a tutti gli effetti, un materiale povero ma che richiedeva lunghi tempi di lavoro e manodopera.

All’interno della fabbrica di bambole, vi era una vera e propria catena di montaggio.

Si partiva dai pezzi. I fogli di giornale o di carta particolare di colore marrone, venivano messi a macerare in acqua ed utilizzati per “imbottire” gli stampi di gesso delle varie parti del corpo: braccia, bambe, testa… I pezzi venivano poi appesi e fatti essiccare, in estate si approfittava del calore del sole mentre in inverno bisognava ricorrere a stufe a legna o a forni. Una volta essiccati, i pezzi venivano stuccati con sostanza a base di “caolino”.

Il Caolino è una roccia clastica composta da caolinite, minerale argilloso impiegato, appunto, per edilizia e lavorazioni con ceramica, porcellata e argille.

Le parti del corpo, una volta a sciutte, venivano poi lisciate alla perfezione eliminando rughe e pieghe e, alla fine, venivano colorati di color carne utilizzando uno spruzzino. Ogni passaggio nella fabbrica di bambole era manuale, solamente lo spruzzino era l’unico oggetto “meccanico” impiegato per dipingere i pezzi.

Una volta che le parti del corpo erano complete, si procedeva ad inserire gli occhi che erano di vetro, nelle bambole più pregiate, e poi in plastica dagli anni ’50 in poi. Esisteva un particolare meccanismo per aprire e chiudere gli occhi e c’era un’operaia/o che si occupava esclusivamente di questo passaggio. Era un passaggio molto delicato perchè le  fessure orbitali, gli occhi e gli “ingranaggi” dovevano essere perfettamente calibrati per funzionare alla perfezione. In caso contrario, la bambola avrebbe assunto un aspetto “difettoso”.  All’interno del corpo veniva inoltre inserito un particolare sonaglio che emetteva parole quando la bambola veniva mossa.

La bambola veniva poi  vestita dalle sarte che progettavano e cucivano ogni abito e decorazione. Venivano preparate anche le scarpe, talvolta anche in pelle, e le bambole venivano poi acconciate. Il lavoro della “pettinatrice” era molto importante. Spesso le bambole avevano i medesimi volti perchè era disponibile solamente uno stampo, quindi per personalizzare e dare una personalità diversa ad ognuna ci si concentrava su abiti e capigliature a seconda della moda dell’epoca. Esistevano anche le bambole delle varie regioni italiane e nazioni straniere, con i costumi tipici.

C’è una grossa difficoltà a riconoscere le bambole fabbricate a Santa Giuletta. all’epoca ogni bambola aveva il marchio della fabbrica impresso dietro la nuca, ma questo era possibile solo se il marchio era registrato ed abbinato al brevetto della testa progettata da uno scultore. essendo il procedimento lungo e costoso, la maggior parte delle industrie di Santa Giuletta, che all’epoca erano piccole realtà artigianali, evitarono di registrare il marchio per contenere i costi. Le bambole venivano quindi stampate con un viso unico tra quelli disponibili. Per porre rimedio a questo problema, veniva attaccato un cartellino all’abito della bambola con su il marchio della fabbrica che l’aveva prodotta. Purtroppo, però, il cartellino veniva spesso staccato rendendo irriconoscibile l’origine della bambola.

Venivano utilizzati capelli veri, per bambole costose e pregiate che non venivano utilizzate come giocattolo ma come dono alle spose da mettere sul letto. I capelli di nylon o di lana Mohair venivano utilizzati per tutte quelle bambole che erano destinate al gioco con prezzi inferiori. Negli anni ’40 una bambola poteva costare anche di più dello stipendio di un operaio.

Le bambole venivano anche truccate e dipinte le unghie delle mani e piedi. Una volta terminate, le bambole venivano adagiate in scatole decorate con carta da parati dalle mille fantasie e poi vendute nei mercati nazionali ed internazionali.

Gli anni ’60 e la chiusura

Operaie al lavoro

Durante gli anni ’60 vennero aperte o ampliate numerose fabbriche in Italia, sopratutto nel Veneto, ciò causò una forte concorrenza per le piccole realtà artigiane di Santa Giuletta. Basti pensare alla fabbrica FURGA che, come alla fabbrica FATA, commercializzò l’antenata della Barbie e che ebbe moltissimo successo tra le bambine e ragazzine dell’epoca. Lentamente, queste realtà più forti, sopratutto economicamente, soppiantarono le fabbriche di Santa Giuletta segnandone il declino.

L’unica ditta rimasta attiva fino al 2009, è la L.A.M.P. che produceva capelli per bambole.

 

La nascita del Museo delle Bambole

Per ricordare una realtà storica che rappresentò una parte di storia importante dell’industria del nostro Oltrepò Pavese, l’ amministrazione Comunale insieme ai cittadini di Santa Giuletta, decise di aprire il “Civico Museo Storico Culturale della Bambola e del Giocattolo” dedicato a “Quirino Cristiani“.

Quirino Cristiani è il pioniere dei film di animazione. Nato nel 1896 a Santa Giuletta, emigrò in Argentina e là intraprese una carriera che lo portò a realizzare nel 1917  il primo lungometraggio con disegni animati nella storia del cinema (“El Apostol”) e, nel 1931, il primo lungometraggio animato con sonoro (“Peludopolis”).

Grazie ad alcuni finanziamenti e al materiale recuperato, per la maggior parte donato dai cittadini, e alle testimonianze raccolte come quelle del proprietario della Fabbrica Rossella, Luigi Moroni, e alle operaie che lavorarono negli anni d’oro della produzione; il museo fu aperto e inaugurato nel 2005.

Nel corso degli anni si è attuata una promozione per fare conoscere il piccolo museo di Santa Giuletta. Grazie, non solo al comune, ma anche a molte persone, è stato possibile recuperare moltissimo materiale (bambole, calchi, strumenti di lavoro, scatole, etichette, cartellini, cataloghi, materiale per gli stampi e così via…) da esporre nelel vetrine del piccolo museo situato negli edifici comunali accanto alla biblioteca.

Insieme al Museo è nato, quasi in contemporanea, il Mercato della Bambola e del Giocattolo che si tiene, tradizionalmente, ogni anno in primavera. Al mercato partecipano collezionisti, venditori e scambiatori da tutto il mondo, non solo dall’Italia. Questo evento è molto importante perchè vi si possono trovare pezzi rari e di valore che vanno ad aggiungere un pezzo di puzzle alla storia dell’industria artigiana di bambole del piccolo paese di Santa Giuletta.

Visitare il Civico Museo Storico Culturale della Bambola e del Giocattolo è quasi d’obbligo, non solo per chi visita l’Oltrepò Pavese, ma sopratutto per coloro che lo abitano. E’ come fare un piccolo viaggio in un passato dove le cose semplici erano migliori. Dove i giocattoli erano preziosi ed ognuno aveva una personalità e una storia, che iniziava dalle abili mani di una giovane operaia.

La testimonianza

Abbiamo voluto inserire la testimonianza, il ricordo di una delle operaie che ha lavorato in una delle fabbriche di bambole di Santa Giuletta.

Contributo del testo di Elena Bonini.

Una domenica sera di febbraio, insolitamente tiepida per essere ancora inverno, torno in uno dei luoghi che più ho nel cuore per portare un regalo a mia nonna Piera, una persona che non si può certo descrivere in poche righe.
“Alura nanu t’aste ben?” mi dice come sempre aprendo la porta di casa.
Sedute al tavolo rotondo del suo salotto, mentre le scatto qualche fotografia per ricordarmela sempre così bella nel suo maglioncino rosso, mi viene in mente una domanda da farle.
“Nonna, forse mi ricordo male, ma è vero che hai lavorato in una fabbrica di bambole tanti anni fa?”
Lei, che nel frattempo si è alzata per controllare qualcosa in cucina, mi sorride e inizia a raccontarmi.
“Quando avevo 13 anni ho lavorato per un breve periodo in una fabbrica di bambole di Santa Giluletta che si chiamava FATA. Ce ne erano altre tre ed era una realtà importante per il nostro territorio perché ci lavoravano davvero tantissime persone.
Alla FATA io vestivo le bambole con dei vestiti bellissimi creati appositamente dalle sarte che utilizzavano tulle, stoffa e pezza. Poi, quando mi hanno mandata a lavorare in una fabbrica più piccola di Fumo di cui non ricordo il nome, ero addetta alla creazione dei vari pezzi, fatti con una miscela di colla e carta: si inseriva questo composto negli stampi di testa, braccia, gambe e busti e una volta che si univano, venivano sigillati con i gesso. Tutto rigorosamente a mano. Una volta fatto questo, venivano scartavetrati e mandati alla verniciatura.”
” Quindi non era compito tuo verniciare? ”
” No era un lavoro di precisione e quindi lo facevano gli uomini e le donne più anziane. Usavano degli spruzzini che spruzzavano della vernice color carne. Dopo la verniciatura tutti i pezzi venivano mandati all’assemblaggio e una volta finite le bambole andavano nel reparto vestiti e poi veniva applicato un cartellino ad ognuna ed infine erano inscatolate per la vendita”
Finisce di raccontarmi questa sua esperienza come se fosse successo cinque minuti fa, mentre in realtà sono passati sessantanove anni. Per me non sono solo ricordi di famiglia ma sono tracce di un tempo che merita di essere riscoperto e raccontato alle generazioni future.

Indirizzi e numeri utili:

Civico Museo Storico Culturale della Bambola e del Giocattolo “Quirino Cristiani” e Laboratorio delle Bambole in Cartapesta

C/O Comune di Santa Giuletta

Museobambola@comune.santagiuletta.pv.it

www.museobambola-santagiuletta.it

Tel: 0383/899141

 

 

 

Disclaimer

Ai sensi dell’art. 1, comma 1, del D.L. 22 marzo 2004, n. 72, come modificato dalla Legge di conversione 21 maggio 2004, n. 128 e succ. mod., tutte le opere eventualmente presenti sul presente sito, e suscettibili di copyright, hanno assolto gli obblighi derivanti dalla normativa sul diritto d’autore e sui diritti connessi. Anche per tali opere vale il divieto di cui al punto precedente. E’ vietata la riproduzione e l’utilizzo senza l’autorizzazione ed il consenso dell’autore

Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

All original content on these pages is fingerprinted and certified by Digiprove