Nel precedente articolo “Diario di un viaggio serale in Oltrepò Pavese, di Isabel Lanfranchi” vi abbiamo presentato l’autrice del diario sviluppato durante l’estate 2020, un’estate diversa dalle altre.

Oggi la scrittrice Isabel Lanfranchi ci prende per mano e ci porta con sè attraverso un assaggio delle pagine del suo diario (che speriamo venga pubblicato in libro) percorrendo i sentieri tra Nazzano, Cabanon e la Rocca di Montalfeo, nel Maggio 2020. I ricordi dell’infanzia si intrecciano con i colori primaverili delle colline e i profumi dei primi frutti di stagione.

“Oltre quel Pò di Serenata”

di Isabel Lanfranchi

Erano i giorni in cui la cartella della scuola cominciava ad alleggerirsi di compiti e a schiarire il suo cuoio al sole. Allora capitavano pagine di pomeriggio che si staccavano dal sussidiario per correre a studiare la natura. La libertà spingeva l’aria all’inseguimento di un gioco, tanto che le avrei urlato: “prendimi, prendimi!” La voglia di luce diventava essa stessa energia. Bastavano pochi salti dietro casa per suscitare la percezione della lontananza e per impressionare piacevolmente il senso di indipendenza. Poi, quando Maggio si inoltrava e avanzava nella primavera, andavo a sedermi sulla riva di un fossato. Qui la saggezza delle piante aveva trovato riserve d’acqua e si protendeva a bere. Mi accomodavo su pensieri, che si facevano esili e riposanti come l’erba. Ricavavo spazio dentro di me e in quella nicchia. Sapevo cosa mi avrebbe riservato lo sguardo. Dunque lo tenevo in un’attesa simile a quella che scarta il pacco di Natale. Poi coricavo la schiena e aprivo gli occhi. Una pioggia di amarene se ne stava sospesa, trattenuta dal ponteggio dei rami. E punteggiava il cielo di una vivacità traslucida e rossa. Subito il ricordo del loro sapore corrugava il palato e si stringeva insieme alle dita per staccare quell’inconfondibile tocco asprigno.

Ecco perché, guardando la torre del castello di Nazzano e vedendo pendere un carico di amarene dal loro albero, è stato come ritrovarmi supina sulla riva di quel fossato e della mia infanzia.

Torre del Castello di Nazzano (XI sec.) Foto di Isabel Lanfranchi

La Rocca di Montalfeo, che si trova a Godiasco, si erge a prendere il posto di una collina in mezzo alle altre. Non ci si aspetta di trovarla così, maestosa e isolata, appena dietro una curva che solletica di sottobosco. Si eleva e al contempo digrada, aderendo al rispetto per le conformità del terreno. I suoi vari livelli si muovono fra giardini, scalinate e architetture. Scacchiere medioevali decorano stralci murari. Il gioco, rimasto in sospeso, continua a sfidare il tempo.

Rocca di Montalfeo (XIII sec.) Foto di Massimo Pasotto

Svoltando per la località Cabanon, la prevalenza cromatica delle tonalità di verde accoglie eccezioni di lavanda. I suoi filari, bassi e rotondi, stendono un’attrazione degli opposti di fianco a quelli dei vigneti. Gli uni scendono, gli altri salgono.
E’ seducente immaginare fragranze di fiori e di frutti che compongono un connubio. L’essiccazione degli uni concimerà la maturazione degli altri. E il raccolto vinificherà fruttati floreali. Viola.

Godiasco, campi di lavanda a Cabanon Foto di Massimo Pasotto

L’Alta Collina sopra Cabanon passeggia lungo un crinale. A tratti l’ambivalenza panoramica è interrotta da file di case o di alberi. Spostando lo sguardo dalla perdita d’occhio e accantonandolo in questi tratteggi pieni di cortili, ritorno di nuovo all’infanzia grazie a un albero. Nel grembo della sua chioma porta un frutto particolare, che stranamente accosta la nostalgia all’entusiasmo.

Alta Collina sopra Godiasco. Un nespolo. Foto di Isabel Lanfranchi

Allo stesso modo del sogno, che stacca una ciglia dalla visione e la deposita sul cuscino, così un ricordo può rimanere fermo là dov’è stato appoggiato. Sul tavolo da pranzo, prima ancora del ristoro, trovavo sempre piccole cose, incartate nell’alone della sorpresa: un pezzo di pane con l’uvetta, una primizia di stagione, un ovetto di cioccolato. I miei rientri da scuola erano accoglienze. Il palato dell’attesa non si esauriva in quel genere di delizie perché incontrava una continua dolcezza nelle premure di mia madre.

La primavera arrivava insieme alle nespole. Il loro colore esaltava la novità di un ritorno e rotolava in mezzo alla tovaglia, che sembrava vestita a festa. Da allora per me la nespola è rimasta il primo frutto a fiorire. Il primo a ricondurmi a casa. Il primo a espandere il suo profumo succoso fra le mie preferenze, proprio come farebbe la campagna a ridosso di un cortile. Il primo a rimpicciolire il sole e a dargli sapore di polpa. Il primo a rimanere addossato all’infanzia e a trovare riparo dalle grinze della memoria. Il primo a dosare la pazienza e ad appagarla. Del resto, come dice il proverbio, “con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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