Tutto l‘Oltrepò Pavese è un susseguirsi di paesaggi che mutano e sorprendono in continuazione. Dolci colline ricoperte di vigneti ben disposti coltivati con passione antica, che danno origine a vini dai nomi suggestivi come il “Buttafuoco” o il “Sangue di Giuda”, caratterizzano l’Oltrepò Pavese orientale attraversato dalla Valle Versa che si risale partendo da Stradella per arrivare fino a Canevino nei cui pressi il torrente Versa nasce. Lungo i crinali sorgono borghi antichi ricchi di storia , di aria buona e di squisite specialità enogastronomiche.

A pochi chilometri da Stradella, su un’altura da cui domina tutta la vallata, si trova Montù Beccaria, un grosso borgo la cui storia è indissolubilmente legata, nel nome stesso, alla nobile famiglia pavese dei Beccaria che per secoli lo possedette e vi abitò.

Una storia fatta di lotte cruente, di assedi, di distruzioni e di intricate vicende intrecciate alle leggende popolari che donano al tutto un pizzico di fascino in più.

Il nome del borgo deriva da una contrazione di “Mons Acutus“. Infatti il primo insediamento di case, addossate le une alle altre a formare un “castellaro“, si sviluppò sulla sommità di un monte definito “acutus” per la sua asprezza perchè per tre lati è inaccessibile mentre il quarto discende verso ponente per poi risalire verso la “bastia“, una vicina altura.

Il nome “Montacutus” compare per la prima volta nel 1164 in un diploma imperiale con cui Federico I° Barbarossa, nel riconoscere la fedeltà dei pavesi nella guerra contro Milano, concede a Pavia il controllo di diversi borghi confiscati ai piacentini.

Una certezza che a Montù esisteva un castello si ha con un documento del 1184 in cui i consoli di Mondonico (oggi frazione di San Damiano al Colle) inviarono a “Montacutum” dei carri trainati da buoi carichi di pietre da usare per il potenziamento difensivo del castello resosi necessario a causa delle continue lotte tra i piacentini guelfi, che tentavano di riprendersi i luoghi loro sottratti dal Barbarossa e i ghibellini pavesi. Attorno al castello fortificato dovevano esserci ben tre cerchia di mura con un potente levatoio e fossato che si trovava all’inizio dell’attuale Via Aureliano Beccaria. Dentro le mura, con il passare dei secoli, si forò il centro abitato.

Già nel XIII° secolo il luogo è citato con accanto il nome della nobile famiglia dei Beccaria. Il castello a causa dei frequenti scontri e dei numerosi assedi fu più volte distrutto e poi ricostruito.

E’ a questo contesto che, secondo una leggenda popolare, si lega la costruzione della Chiesa parrocchiale di Montù, fondata nel 1303.

Si narra che nel luogo dove è stata costruita la chiesa si fosse rifugiato, alla fine del XII° secolo, Manfredino Beccaria, di fazione ghibellina, inseguito dal marchese Langosco, di fazione Guelfa, dal marchese del Monferrato e dai piacentini che avevano invaso la zona e distrutto il castello. Il Beccaria si nascose tra i rovi e da quel nascondiglio fece voto che se avesse avuto salva la vita, avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo proprio in quel luogo.

Si salvò e la promessa fu mantenuta e, per la leggenda, questo è il motivo per cui la Chiesa di Montù si trova ribassata rispetto al piano stradale e non in posizione dominante come accade in tanti altri borghi della zona. Ed è una chiesa, quella di San Michele Arcangelo, dalla curiosa facciata costituita da due parti distinte. A destra c’è la facciata neoclassica, a sinistra c’è la facciata barocca dell’Oratorio di S. Aureliano del 1744. L’interno è invece ad aula unica e vi si trovano due pregevoli tele ad olio, una “Natività” e un “Gesù fra i dotti del tempio”, attribuiti a Gaudenzio Ferrari, pittore lombardo del XVI° secolo.

Nel 1412 il Duca Filippo Maria Visconti investì Rainaldo Beccaria del feudo di Montù, citato come “Mons Acutus Beccariarum“, con l’aggiunta di Mondondone, Codevilla, Muriasco, Nebbiolo e San Antonino. Passarono gli anni e la famiglia Beccaria restava sempre fortemente legata a Montù. Per i nobili del tempo era importante, per mantenere il feudo, trasmettere il proprio cognome alla discendenza.

Ma verso la fine del XVI° secolo la discendenza di Beccaria di Montù si interruppe.

Aureliano Beccaria fu l’ultimo conte di Montù. Egli aveva avuto un’unica figlia, Lucrezia Antonia Beccaria. Nella speranza che Lucrezia potesse dare eredi maschi alla casata, fu fatta sposare con Giovan Antonio Beccaria, di un’altra linea della famiglia. I due non ebbero figli e il matrimonio fu sciolto e dichiarato nullo dopo sedici anni. Lucrezia sposò allora un cavaliere milanese, Camillo Schiaffinati, che era più che altro interessato al suo patrimonio. Lucrezia si ritirò allora in convento in clausura presso il Monastero di San Gregorio a Pavia. Aureliano Beccaria decise quindi di redigere testamento. Da tempo malato di calcolosi renale, allora chiamata “mal della pietra“, era amorevolmente curato dai Padri Barnabiti. Così egli, nel 1589, lasciò a questi ultimi il castello di Montù, i terreni di proprietà e una ingente somma di denaro.

Aureliano Beccaria poneva, però, alcune condizioni fra cui quella di edificare una chiesa dedicata a San Aureliano nella quale voleva essere sepolto, di edificare un convento capace di ospitare padri e novizi, di istruire una spezieria per distribuire medicine ai poveri, di fornire una dote alle ragazze povere più meritevoli e moralmente integerrime e di distribuire ogni giorno pane ai poveri.

Aureliano Beccaria morì a Venezia il 4 dicembre 1590. La sua salma fu trasportata in segreto a Pavia in una cassa di legno nascosta in mezzo a casse contenenti cera per candele caricate su un barcone che risalì il Po.

A Pavia, non essendo ancora ultimata la Chiesa di San Aureliano a Montù, il conte fu tumulato nella chiesa di Santa Maria di Canepanova. Alla morte del padre, Lucrezia, che aveva avuto in eredità una ricca dote, scontenta del fatto che i Barnabiti fossero gli eredi universali del patrimonio paterno, fuggì dal convento e, associata ad alcuni complici tra i quali il marito, iniziò una vera e propria persecuzione contro i religiosi. Impugnò il testamento, occupò il castello di Montù e con forza cacciò i Barnabiti che si si erano insediati già dal 1588. Dopo una controversia durata ben quattordici anni, il Senato di Milano sentenziò a favore dei Barnabiti che nel 1604 tornarono a Montù iniziando la trasformazione del castello in convento/collegio, costruendo la Chiesa di San Aureliano di forma ottagonale in cui fu trasferita, nel 1606, la salma del conte e, iniziando tutte le opere di bene da quest’ultimo volute nei confronti dei poveri del borgo.

I Barnabiti rimasero a Montù fino al 1802 quando vennero cacciati a causa della soppressione degli ordini religiosi minori voluta da Napoleone Bonaparte che fece distruggere anche la Chiesa di San Aureliano e vendette, nel 1809, il convento alla famiglia Vercesi, attuale proprietaria del cosiddetto “Castellazzo“sede di un’azienda vitivinicola di qualità.

Oggi il “Castellazzo” ingloba i resti della rocca originaria e le strutture principali del convento/collegio, oltre all’abside e al presbiterio della chiesa di San Aureliano per il resto distrutta (se ne vedono le rovine nel piazzale d’ingresso). Si tratta di un complesso a blocco, con facciate simmetriche, lievemente sporgenti agli spigoli per l’accorpamento di preesistenti torri del castello. Di particolare interesse due balconcini settecenteschi con balaustra in ferro battuto.

Il visitatore attento trova nelle vie del borgo di Montù angoli suggestivi e memorie del passato. La Via Aureliano Beccaria che sale al “Castellazzo“, era l’antica “via campana” a ricordare la campana del convento dei Barnabiti che scandiva il tempo delle ore canoniche, mentre la “Via Circonvallo” era un tempo la “Via delle muraglie” e circonda il borgo proprio dove si trovava il terzo giro delle mura di fortificazione.

Storia e leggenda, nobili benefattori e frati speziali, testamenti impugnati e figlie scontente, caratterizzano la storia di questo suggestivo borgo oltre padano che ha ispirato anche la scrittrice e giornalista Cinzia Montagna nel suo romanzo storico-territoriale “Il frate e la gallina. Una storia di Montù Beccaria” edito nel 2018.

Fonti

  • Celeste Raffaele Vecchi, voci “Montù Beccaria” e “Aureliano Beccaria” in www.ascoltare.weebly.com 
  • C. Murari, D. Botto “Voghera e l’Oltrepò Pavese” Edibooks Mi.
  • P. Lodola, G.Marinoni Marabelli “Guida Oltrepò. I castelli, la storia, la natura” Edizioni Antares

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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