Sant’Antonio Abate, della cui festa vi abbiamo parlato in un precedente articolo CLICCANDO QUI, non è solo il protettore degli animali ma anche di tutti i malati di “herpes zoster”, comunemente detto “fuoco di Sant’Antonio“.

Nelle immagini sacre, infatti, Sant’Antonio è spesso raffigurato come un vecchio dalla barba bianca, che incede scuotendo un campanello, in compagnia di un maiale (col cui grasso si ricavavano emollienti da spalmare sulle piaghe) e con il fuoco su un libro o ai suoi piedi.

La leggenda

Una leggenda (riportyata da Mario Merio nelle sue “Leggende Lombarde) che, come spesso accade, racchiude in sè fatti di fantasia e fatti riconducibili ad eventi storici, narra che intorno al 620 d.C., un monaco, di nome Meroveo, fu mandato da Attala, secondo Abate del Monastero di San Colombano di Bobbio e successore diretto del Santo, a Tortona per dirimere certe questioni.

Durante il tragitto Meroveo scoprì un tempio ancora officiato da pagani nelle fitte boscaglie presso “Vicum Iriae”, l’attuale Voghera. Meroveo, dopo aver incendiato il tempio, ne buttò gli idoli nelle acque del torrente Staffora. Ma i pagani catturarono il monaco e lo percossero duramente. Per castigo divino i pagani furono colpiti da un’epidemia di “fuoco di Sant’Antonio”. I malati provavano insopportabili bruciori, avevano veschiche che si trasformavano ben presto in piaghe ed erano soggetti a contrazioni nervose dolorose.

Si dice che la diffusione di quella malattia portò alla costruzione di ospedali nella vicina Voghera e, in particolare, di quelli di “San Lazzaro” e di “Sant’Antonio Abate”.

Gli ospedali Medievali

Nel medioevo la città di Voghera, racchiusa da mura, aveva ben cinque porte di ingresso. Una di queste era “Porta San Pietro” che si trovava ad est presso il ponte dello Staffora e, attraverso la strada “Romea”, collegava Voghera a Piacenza. Da qui passavano numerosi viandanti e pelelgrini ed è proprio presso Porta San Pietro che furono edificati i due ospedali suddetti.

L’Ospedale di San Lazzaro, ricordato in vari atti vogheresi dal 1183 in avanti e dipendente dal Monastero del Senatore di Pavia, faceva parte del numeroso gruppo di ospizi e ricoveri sorti al ponte dello Staffora. Non risulta che fosse destinato esclusivamente al ricovero dei lebbrosi ma è molto probabile dato che ogni città padana aveva un lazzaretto o lebbrosario dedicato a San Lazzaro, Questi edifici sorgevano fuori da una porta della città con la funzione di segregare immediatamente i pellegrini che in viaggio avessero contratto la lebbra e non lasciarli entrare in città a diffondere il contagio.

L’Ospedale di Sant’Antonio Abate, anch’esso sorto presso il ponte sul torrente Staffora, era molto probabilmente riservato ai pellegrini e viandanti affetti dal “male del fuoco”, detto anche “fuoco di Sant’antonio”, analogamente agli omonimi ospedali sorti in molte città. Era possedimento degli “ospitali eri” di Vienna e risale al XII° secolo anche se solo alla metà del secolo seguente se ne trova cenno nei documenti vogheresi.

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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