Martedì scorso abbiamo avuto il piacere di chiacchierare, in diretta Facebook, con la giornalista e scrittrice Cinzia Montagna. Insieme a lei abbiamo parlato della Schita dell’Oltrepò Pavese, protagonista del gruppo Facebook, creato durante la quarantena dalla stessa Cinzia, dove più di 1400 iscritti si confrontano su ricette, abbinamenti, esperienze e ricordi di questa pietanza della tradizione che si differenzia da zona a zona.

Un gruppo Facebook che ha aperto mille possibilità e idee per iniziative dedicate a questo piatto tradizionale dell’Oltrepò, una riscoperta e un primo passo verso la sua valorizzazione.

Alcuni locali e Home Restaurant di recente apertura, propongono la Schita nel loro menù, una sorta di pietanza di benvenuto e di apertura che racconta l’identità e la storia culinaria del Oltrepò Pavese partendo dal palato, evocando sapori antichi.

Qui sotto il video:

Le caratteristiche della Schita

La Schita è una piatto povero della tradizione contadina dell’Oltrepò Pavese, ma con nomi diversi e con qualche differenza nella preparazione, si può ritrovare in moltissime tradizioni rurali di tutta Italia e anche all’estero e anche nella storia, basti pensare agli Etruschi e agli antichi Romani.

Fotografia di Paola Cariati

I suoi ingredienti sono i più semplici: acqua, sale, farina, olio oppure strutto. Altrettanto semplice il procedimento per prepararla: scaldare la padella (una volta si utilizzava la padella di rame o di ferro) unta di olio o strutto nella quale viene versato il composto realizzato dall’unione di acqua, farina e sale e fritto. Il risultato? una tenera focaccetta, se si utilizza poco olio, oppure una croccante “frittella” se l’olio è più abbondante.

Il nome “Schita” può essere interpretato come “Schietta” nel senso di semplice e veloce, oppure “schiacciata” per l’assenza di lievito e quindi per la sua forma piatta e non lievitata.

La schitâ, ancora oggi, è tradizione dell’Oltrepò ed è semplice da preparare perché servono solo farina e acqua, una volta si aggiungeva anche lo strutto che era il segreto, insieme alla frittura, di fare diventare la pasta croccante e sottile senza bruciarla. Si mangiava a colazione, salata o dolce.

Cinzia Montagna ci racconta che la Schita è una pietanza con un forte valore evocativo e con libertà di interpretazione. La creatività di chi la prepara può essere uno spunto per confrontarsi su abbinamenti e ingredienti. Le epoche cambiano e così anche i gusti e le preferenze. La Schita riporta alla memoria tempi lontani, rievoca momenti di vita passata e ricordi, sopratutto legati a momenti felici e speciali, magari quando la nonna la preparava per merenda ai suoi nipoti cospargendola di zucchero, oppure quando veniva spalmata di marmellata di prugne fatta in casa.

La Schita ha quindi un valore aggiunto, un ingrediente speciale: le emozioni.

Strutto oppure Olio?

La ricetta tradizionale, in passato, prevedeva per la frittura l’utilizzo dello strutto piuttosto che l’olio. Lo strutto è una pasta bianca realizzata con il grasso (lardo e sugna) del maiale. Era un ingrediente presente in molte case contadine e ricavato dai preziosi “scarti” della macellazione dei suini. Usato con parsimonia in cucina, veniva conservato in barattoli di vetro o secchi smaltati sigillati. In alcune tradizioni veniva arricchito con aglio e prezzemolo.

Gli abbinamenti

Durante la diretta Facebook e così anche sul gruppo dedicato alla Schita, molti si sono confrontati e si confrontano sugli abbinamenti. Sono tanti i sapori che si possono abbinare a questa pietanza semplice ma evocativa. La Schita, sopratutto la versione salata con un pizzico di sale, si apre ad un’ampia varietà di possibilità e alimenti. Senza alcun dubbio, però, l’abbinamento preferito per la Schita salata è con i salumi dell’Oltrepò Pavese, l’amato Salame di Varzi, e con tutti i vini del territorio, dai rossi ai bianchi.

 

E voi amate la Schita? Cosa vi riporta alla memoria?

Partecipate al gruppo “La Schita dell’Oltrepò Pavese” e condividete idee, ricordi e abbinamenti.

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Volete saperne di più sulla cucina di una volta in Oltrepò Pavese? Ecco il link all’articolo dedicato: Clicca qui

Fotografie condivise con noi da Paola Cariati

Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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