Forse non molti di voi sanno che il nostro Oltrepò Pavese detiene un record assai poco invidiabile, quello di aver avuto tra i suoi abitanti l’ultimo condannato a morte per impiccagione del Regno d’Italia.

E’ una storia, questa che ci accingiamo a raccontarvi, che si svolge nel lontano 1863 quando il nostro Oltrepò collinare e montano e, in particolare, quello della Valle Staffora, era quasi una terra di confine, terra di fatiche e miseria, di giustizia “latitante” e di personaggi poco raccomandabili che fra i boschi dell’Appennino trovavano spesso rifugio.

E personaggio dal torbido passato è il protagonista della storia.

Il Pippone: l’oste di Varzi

Il suo nome è Giuseppe Malaspina, di professione oste. Originario di Casei Gerola il Malaspina, noto a tutti come Pippone, o ancor meglio “Pipon“, forse per fuggire alla giustizia per qualche reato commesso, passando da Castelnuovo a Gremiasco, si è stabilito a Varzi dove gestisce l‘Osteria Malaspina che si trova al principio del borgo “…dalla parte di ponente…”.

Ma il vizio di crimine non lo abbandona nemmeno a Varzi tanto che, per reati minori, viene giudicato dal Tribunale di Bobbio (sotto la cui giurisdizione rientra Varzi) anche se riesce ad evitare una condanna forse per via di qualche conoscenza altolocata legata magari al suo storico cognome.

Tutto inizia con un giro al mercato…

E’ venerdì 27 marzo 1863 e a Varzi è giorno di mercato. Il borgo si riempie di mercanti, contadini e allevatori di bestiame che al mercato sperano di fare affari. A Varzi arriva anche, accompagnata da un’amica, la sessantatreenne Teresa Botti, vedova Tamburelli. Ha una missione da compiere. Deve incontrare una persona e guadagnare le ultime 1000 lire che le servono per far tornare a casa un figlio che sta svolgendo il servizio militare a Pavia. La famiglia Tamburelli possiede a Cà del Monte, sopra Cecima, un cascinale con terreni e bestiame. Ad occuparsi dell’azienda è rimasto Giuseppe, l’altro figlio di Teresa, ma l’assenza delle braccia del fratello rende difficoltoso portare avanti il lavoro. L’unica soluzione possibile, a quel tempo permessa, è trovare un volontario che si sostituisca al figlio e 3000 lire per il riscatto dal servizio militare. A Varzi Teresa guadagna 1000 lire vendendo una coppia di buoi e, molto probabilmente, trova in una persona di Bognassi quella che fa al caso suo. E’ contenta e, dal momento che ormai si è fatto mezzogiorno inoltrato, decide di pranzare all’Osteria Malaspina per poi riprendere la lunga strada di casa e dare la buona notizia al figlio e alla nuora.

E’ così allegra che, ingenuamente, si mette a raccontare a voce alta i fatti suoi e a vantare con l’amica i beni di famiglia.

Qualcuno, però, fra gli avventori e di certo l’oste Pippone, la ascolta in silenzio e medita su quelle ricchezze così imprudentemente confessate.

All’alba del 28 Marzo 1863 Domenico Bertella, un bracciante detto “il merlo”, sale da Caposelva a Cà del Monte e nel passare davanti al cascinale dei Tamburelli, isolato a metà strada tra le località Dego e Castagnola, nota che l’uscio è socchiuso e che all’interno un bimbo piange disperatamente. Si fa coraggio e prova ad entrare. Ciò che vede lo fa sobbalzare. A terra ci sono il cadavere di Giuseppe Tamburelli, di 27 anni, quello della moglie Teresa Fassini, di 24 anni, e su una seggiola con la testa riversa sullo schienale il corpo senza vita di Teresa Botti. I corpi sono stati crudelmente massacrati a colpi di scure e di zappa. A piangere è il figlio di Giuseppe e Teresa, un bimbo di otto mesi che gli assassini hanno risparmiato.

Domenico Bertella corre a chiedere aiuto al parroco Don Severino Zerba che si incarica di informare le autorità competenti. Per una manciata di metri il cascinale della famiglia Tamburelli si trova in provincia di Alessandria e, così, tocca al giudice del mandamento di San Sebastiano Curone, l’avvocato Ferlosio, fare i primi accertamenti sul triplice delitto. Dal cascinale mancano le 3000 lire di cui ha parlato Teresa, mancano i gioielli di cui la donna si è vantata all’Osteria Malaspina e anche dei fazzoletti di seta forse appartenenti alla dote della giovane nuora.

A quel tempo non c’è esame del DNA, nè ci sono tecniche investigative scientifiche e anche la presunta ora della morte dei tre sfortunati è approssimativamente indicata fra la mezzanotte del 27 marzo e le quattro del mattino del 28 marzo. I sospetti si indirizzano su qualche bandito nascosto nei boschi ma poi qualche testimone, in buona o cattiva fede, parla fornendo, sembra, prove schiaccianti che portano il 15 aprile 1863 all’arresto dell’oste di Varzi Pippone e suo figlio Angelo.

C’è chi giura di averli visti salire, insieme al loro cane, da Casa Bertella alla volta di Poggio di Dego e Cà del Monte quel fatidico giorno, e c’è chi ha notato l’assenza di Pippone all’osteria quella sera del 27 marzo. La mancanza di alibi per la notte della strage e il poco chiaro passato di Pippone convince gli investigatori della sua colpevolezza. Stavolta Pippone, che forse qualche nemico se lo è fatto, non ha alcuna conoscenza altolocata che provi a salvarlo.

Il processo basato su indizi e non su prove certe di Giuseppe Malaspina e del figlio Angelo inizia ad Alessandria il 1 Marzo 1864 e porta ad un verdetto che il successivo 5 marzo sentenzia la condanna a morte per impiccagione di Pippone e la condanna ai lavori forzati a vita del figlio Angelo. Giuseppe Malaspina, l’oste di Varzi, viene impiccato nella Piazza Maggiore di Alessandria il 28 maggio 1864.

E’ l’ultimo condannato a morte del Regno d’Italia a salire sul patibolo.

Ad assistere l’oste nelle ultime dodici ore precedenti l’esecuzione sono i membri della Confraternita di San Giovanni Decollato di Alessandria. Sono loro che lo confortano, lo accompagnano al luogo del patibolo e trasportano i suo cadavere senza bara per seppellirlo, pare, nella Chiesa della Confraternita (che oggi non esiste più). Sono sempre loro che conservano in un’apposita cassetta chiusa a chiave le anse di sospensione usate per la sua impiccagione, anse che oggi si trovano al Museo Criminologico di Roma.

Una storia che ha ispirato alcuni libri

La storia dell’oste di Varzi, colpevole per molti, innocente per alcuni, ha ispirato libri e romanzi. Partendo da “L’ultima trista impresa di Pippone di Varzi“, scritto nel 1989 dal professor Giuseppe Bonavoglia, che ha consultato i documenti d’archivio riguardanti il caso e passando per il romando “Un fantasma a Varzi” della rivanazzese Giovanna Murgia, poco convinta della colpevolezza dell’oste, si arriva a “La zappa e la forca. Il delitto che ha sconvolto l’Appennino” pubblicato nel 2019 da Cristiano Zanardi, autore del blog “A un passo dalla vetta“. E’ lui, amante del trekking, che ha ripercorso i sentieri che Pippone avrebbe fatto per compiere la strage a Cà del Monte e che ha individuato fra la boscaglia i resti della stalla dei Tamburelli. La casa del triplice delitto non esiste più.

Se anche voi volete ripercorrere i sentieri dell’ultima “trista impresa” dell’oste di Varzi Pippone, consultate il blog “A un passo dalla vetta” e passate accanto ai ruderi avvolti da un alone di mistero di quel che rimane del cascinale della strage.

Per percorso e foto: http://aunpassodallavetta.wixsite.com/trekking/sulle-orme-di-pippone

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.