Ci si ripete, lo sappiamo, ma mai come in questo caso non si può non (ri) dire che il nostro Oltrepò Pavese riserva ad ogni angolo, ad ogni curva delle tante strade che lo attraversano, paesaggi suggestivi, borghi antichi, castelli e chiese storiche.

E’ quello che succede sempre quando, percorrendo la strada che da Godiasco si addentra in Valle Ardivestra, ci si trova davanti, all’improvviso, la facciata illuminata dal sole della Pieve di San Zaccaria. Ogni volta è un misto di stupore e commozione che coinvolge nell’ammirare questo antico edificio sopravvissuto al corso dei secoli.

E l’emozione è ancora più intensa in un pomeriggio di primavera con il blu del cielo sereno a fare da sfondo alla Pieve e con il verde del prato, davanti all’antico portale, punteggiato da margherite.

La storia

Siamo nella prima metà del XII° Secolo quando i Maestri Comacini, gli abili costruttori e scalpellini a cui si devono anche le Basiliche pavesi di San Michele e San Pietro in Ciel d’Oro, edificano in Località Giarono, frazione di Rocca Susella (piccolo comune posto su di una collinetta alla destra del torrente Ardivestra), una vera e propria basilica in stile romanico lombardo usando in parte l’arenaria proveniente da cave dell’Oltrepò Pavese.

La chiesa ultimata ha vaste proporzioni e una facciata a fasce alterne di laterizi e conci di arenaria che creano una suggestiva unione dei colori bianco e rosso che tanto colpisce chi oggi la guarda.

I Maestri Comacini completano la facciata con un profondo portale con colonnine decorate con bassorilievi a motivi vegetali, una bifora con una colonnina anch’essa in arenaria così come i profili dei due oculi soprastanti.

E la futura Pieve di San Zaccaria nulla ha da invidiare alle altre cheise romaniche nel pavese. L’interno i Maestri Comacini lo vogliono, infatti, a tre navate scandite da pilastri di varia sezione con capitelli che gli scalpellini decorano con vari motivi fra cui una “Contesa dell’anima” dove una figura simboleggiante l’anima viene strappata al demonio, raffigurato da un essere alato su cui si attorciglia un serpente, da un angelo con grandi ali e l’aureola. Non mancano un capitello con una sirena dalla doppia coda, simbolo di fertilità e di eterna generazione, e uno con scene di lotta con animali e uomini.

La Pieve verso i giorni nostri

Dalla sua costruzione tanti secoli sono passati e la bella Pieve, tra il verde dei boschi e dei prati, ha vissuto anni di gloria ma, purtroppo, anche anni di decadenza, degrado ed abbandono.

Attestata come Pieve già dal XII° Secolo, menzionata come tale in una bolla di Papa Innocenzo III° del 1198 e in diversi documenti dei Vescovi di Tortona, essa aveva alle sue dipendenze molte delle parrocchie della Valle Ardivestra (S. Eusebio, Montesegale, Sanguignano, S. Giovanni di Piumesana, Susella) e di parte della Valle Staffora (Godiasco). Vi erano riservate le funzioni liturgiche da cui, appunto, dipendevano altre chiese e cappelle che non possedevano il battistero.

Per diversi anni vi esercitarono il diritto di patronato (nominando i sacerdoti) i Signori Gambarana della vicina Montesegale.

Poi, lentamente, la Pieve di San Zaccaria cadde in povertà, venne daclassata nel 1820 a semplice parrocchia e successivamente sconsacrata e indegnamente adibita a cascinale.

Della bella Pieve romanica dei Maestri Comacini rimaneva purtroppo poco.

Alla fine degli anni ’50 del secolo scorso la Pieve era profondamente diversa da come la vediamo oggi, con un profilo a capanna e con tutta una serie di costruzioni rurali che le erano sorte accanto nel corso dei secoli. Mostrava i segni di un passato di continue trasformazioni della sua originaria architettura romanica. Le condizioni di profondo degrado in cui versava spinsero ad intraprendere una lunga campagna di restauri che dal 1964 al 1998 hanno portato all’eliminazione di tutte le parti non originarie dell’edificio e alla ricostruzione del suo ipotetico aspetto originario.

E così la Pieve di San Zaccaria è tornata, almeno in parte, al suo originario aspetto.

Da edificio utilizzato per scopi agricoli la Pieve è rinata al suo antico splendore ed oggi, anche se aperta per una sola funzione domenicale, è diventata una perfetta “location” per matrimoni, unendo alla sua antica bellezza quella di un territorio sempre affascinante in ogni periodo dell’anno.

Un altro pezzo di Oltrepò Pavese da non trascurare e da tutelare perchè testimone del “grandioso” passato del nostro territorio.

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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