Nell’Oltrepò Pavese, in un passato non troppo lontano, il ciclo dell’anno era segnato da una precisa serie di ricorrenze e rituali fra il sacro e il profano che alla società odierna, con i suoi ritmi frenetici, possono risultare poco comprensibili.

Tra le feste natalizie e il Carnevale, il 17 Gennaio, per i nostri nonni c’era la Festa di Sant’Antonio Abate.

Ed era un giorno particolare, il 17 Gennaio, perchè la collocazione di questa festa nel calendario cade proprio dopo le tante ore di buio invernali, quando le giornate si allungano e la terra comincia a prepararsi al risveglio. Proprio un detto popolare recita infatti “Natale a passo di un cavallo, Pasquetta un’oretta, Sant’Antonio un’ora buona” (popolarmente l’Epifania veniva chiamata pasquetta).

Inoltre il giorno di Sant’Antonio Abate segnava un tempo l’inizio dell’annata agricola che finiva il giorno di San Martino, l’11 Novembre.

Sant’Antonio Abate è nato e vissuto in Egitto fra il 251 e il 356 d.C.. Eremita e uomo di preghiera è considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Lottò contro i demoni che lo tormentavano e una leggenda vuole che fosse sceso all’inferno e, con la scusa di riscaldarsi, avrebbe carpito un tizzone al diavolo e così poté offrire agli uomini la possibilità di accendere il fuoco. Pertanto Sant’Antonio Abate è considerato il protettore contro gli incendi e invocato per guarire da quella malattia della pelle, detta appunto, “Fuoco di Sant’Antonio” ma il cui nome medico è “Herpes Zoster“.

L’iconografia popolare però lo ritrae sopratutto con accanto un maialino che reca al collo una campanella. Per questo motivo il Santo è ritenuto il protettore degli animali.

In realtà la tradizione di benedire gli animali non è legata direttamente al Santo ma nasce nel medioevo quando i monaci dell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani (ispirato all’esempio religioso di Sant’Antonio Abate) avevano il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati perchè col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal Fuoco di Sant’Antonio e con la carne nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore degli animali domestici.

Pertanto quella di Sant’Antonio Abate era una festa particolarmente sentita nella società contadina del passato. Gli animali erano componenti indispensabili dell’economia rurale perchè garantivano la sopravvivenza della famiglia contadina e con la loro vendita era possibile pagare gli affitti e le tasse. La salute degli animali era quindi molto importante.

Infatti durante la “Sena di Set Sèn” dell’antivigilia di Natale, il capofamiglia teneva da parte pezzi avanzati del “micon”, una grossa micca di pane, per darli da mangiare agli animali della stalla il giorno di Sant’Antonio Abate con l’intento di preservarli dalle malattie. L’immagine del Santo, contornato da numerosi animali, era appesa alle porte delle stalle o sugli altarini votivi eretti all’interno delle stesse.

Il 17 Gennaio i contadini di ogni centro rurale oltrepadano, erano soliti portare i loro animali ripuliti e infiocchettati (buoi, mucche, cavalli, galline…) sulle piazze o sul sagrato delle chiese per esporli alla speciale benedizione del sacerdote che li avrebbe preservati da ogni malattia. Anche in città cocchieri e vetturini lustravano i finimenti ed ornavano cavalli e veicoli.

A Zavattarello, ad esempio, tutti gli animali venivano radunati e benedetti davanti all’Oratorio di San Rocco dove era collocata una statua del Santo. Chi non poteva portare tutte le bestie lasciava aperta la porta della stalla perchè si diceva che la benedizione “passava sette muri”. A volte era il sacerdote stesso che passava di stalla in stalla a benedire gli animali.

C’era inoltre l’usanza di portare alcuni dono al Santo da lasciare sotto alla sua statua. Per questo motivo le donne di casa preparavano dei maialini con il burro proprio per propiziarsi il Santo affinchè “…le bestie stessero bene…”.

E come ogni ricorrenza anche la festa di Sant’Antonio Abate aveva il suo piatto tradizionale, una minestra o un riso con le castagne secche.

Oggi la ricorrenza di Sant’Antonio Abate è meno sentita che in passato. Le stalle sono diminuite rispetto ad allora. Al posto di buoi, mucche e cavalli, oggi sono gli animali di affezione (cani, gatti…) che vengono portati, dove è possibile, a ricevere la benedizione.

Fotografia di copertina: Antonio di Tomaso, Varzi (2016)

Fonti:

www.appennino4p.it

Mario Merlo “Leggende Lombarde” Ed. Longanesi

 

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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