Foto: Antonio di Tomaso, Paesaggio di Varzi

La storia del nostro Oltrepò Pavese è ricca di Santi, di nobili signori e di visitatori illustri ma pochi sanno che fu anche luogo di processi per stregoneria.

Chi guarda dall’alto la cittadina di Varzi, al centro della Valle Staffora, vede svettare, con i suoi 29 metri di altezza, su tutti gli altri edifici, la duecentesca Torre Malaspina, nota a molti con il nome di “Torre delle Streghe“.

Le sue quattro stanze, dislocate l’una sopra l’altra e collegate da una lunga, ripida e stretta scalinata ricavata nell’intercapedine perimetrale, hanno visto la disperazione di donne e uomini che lì furono rinchiusi con l’infamante accusa di eresia e stregoneria e poi bruciati sul rogo nella vicina piazza.

Leggenda o verità storica?

Siamo nel XV° secolo e l’Inquisizione, cioè quell’istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa Cattolica secoli prima per indagare i sostenitori di teorie considerate contrarie all’ortodossia cattolica, cioè le eresie, combatteva con altrettanta forza ogni forma di stregoneria, maleficio e sortilegio con quella che è passata alla storia come la “Caccia alle Streghe” che ha fatto vittime in Europa e non solo.

Nel giugno del 2008 a Varzi si è tenuto un convegno dal titolo “..Il fenomeno della stregoneria e l’inquisizione nel pavese” che ha cercato, fra l’altro, di dare una risposta alla domanda “Sono state bruciate delle streghe a Varzi?”.

Come ha scritto una delle relatrici del convegno, Laura Brugnoli, “quelle che noi oggi chiamiamo streghe…spesso non sarebbero state che donne relegate ai margini della società, per la quale svolgevano funzioni situate sulla linea di confine tra il sacro e il profano…ciò sarebbe avvenuto per esempio nel caso delle levatrici…tali sarebbero state “le medichesse“, depositarie di un sapere antico legato alle erbe e al loro uso curativo o psicotropo..”.

Donne del genere di certo esistevano nella Valle Staffora di quel tempo, a Varzi come in ogni altra comunità distante dai centri di pianura in cui “..la  spiritualità cristiana era giunta a regolamentare e incanalare in una precisa direzione il lato misterioso della vita..”.

Foto: Antonio di Tomaso Via di Dentro e Palazzo Leveretto Magini

Era quindi possibile che l‘inquisizione fosse arrivata anche a Varzi per indagare su presunti casi di eresia e stregoneria, cosa che è stata accertata dal ritrovamento di alcuni documenti fortunatamente scampati all’incendio subìto nel 1609 dall’archivio dei Frati Domenicani di Tortona, sede dell’Inquisizione.

Siamo nel 1464 e Varzi era resa caotica dalle rivalità tra i diversi membri della famiglia Malaspina e tra questi e i Dal Verme e gli Sforza ed era invasa da banditi provenienti dagli stati limitrofi e da truffatori. Il borgo era diviso in due fazioni, quella del “borgo di fuori” (a valle, nella zona del mercato) e quella del “borgo di dentro” (quello sopraelevato e racchiuso tra le due porte ancora esistenti).

La discordia tra le fazioni era causa di continue morti. Tutti giravano armati. La situazione era così grave che il Duca di Milano doveva mandare spesso uomini di fiducia  con soldati per riuscire a disarmare le fazioni. In un contesto simile è logico pensare che ci sarebbero state persone disposte ad aiutare gli eventuali inquisitori per far passare da strega, stregone o eretico qualche nemico personale.

In questa situazione arriva a Varzi, proveniente dal piacentino, Paolo Folperti, un frate domenicano già attivo come inquisitore di Pavia, Piacenza e Cremona, responsabile, sembra, della condanna al rogo nel 1463 di una certa Beatrice del Ponzo in Casteggio. Egli iniziò la sua opera con tanta durezza e rigore che i Marchesi Malaspina di Godiasco chiesero al Duca di Milano Francesco Sforza, di inviarlo a Tortona con l’ovvio tentativo di liberarsene. Il Duca in una lettera purtroppo perduta deve essersi lamentato con l’inquisitore perchè quest’ultimo gli rispose chiedendogli di poter continuare la sua opera a Varzi perchè questa in solo tre mesi aveva dato ottimi risultati “…ho giudicato come eretici circa 17 persone…” e perchè, secondo lui, Varzi si trovava “…in posizione strategicamente importante per lo svolgimento dell’attività processuale a motivo della sua posizione geografica, in posizione mediana rispetto ai luoghi in cui abitano gli eretici, con vantaggi notevoli circa l’acquisizione degli indizi e delle conseguenti accuse…“.

E l’inquisitore aggiunge “...in Varzi ho la disponibilità di 300 uomini in armi disposti a catturare gli eretici...”.

Nella stessa lettera il Folperti descrive con dovizia di particolare i casi affrontati:

“terribili infanticidi, cannibalismo, pratiche diaboliche perpetrate da persone sotto l’influenza di demoni. E bastava poco per essere accusati di stregoneria. In un contesto contadino, rurale, come quello della Valle Staffora, una mucca che non dava latte, grandinate e gelate tardive, raccolti andati a male, uomini impotenti e donne sterili erano sempre colpe imputate alle streghe”

Foto: Antonio di Tomaso, La Torre delle Streghe

Per ciò che riguarda le prigioniere e i prigionieri della “Torre delle Streghe”, l’unico documento al riguardo è un trafiletto del 1464 della “Chronica Civitatis Piacentie” (Cronaca della Città di Piacenza) in cui si dice che “Nelle diocesi di Pavia e Piacenza furono catturati una moltitudine di uomini e donne eretici e nella località di Varzi vennero bruciate 25 donne e alcuni uomini giudicati eretici da una sentenza dell’inquisitore“.

Condanna al rogo che venne pronunciata da potere ecclesiastico nella figura dell’Inquisitore (molto probabilmente lo stesso Folperti) ma eseguita dal potere civile che, in questo caso, era rivestito di Marchesi Malaspina e dal Duca di Milano.

Il Folperti, dopo le vicende di Varzi e una convocazione a Milano dal Duca Francesco Sforza insieme al podestà del borgo per chiarimenti sul suo troppo zelante operato, continuò la sua opera  (non si sa  esattamente se a Varzi o altrove) fino al 1474 quando venne sostituito nel suo incarico da Giovanni Domenico da Cremona che egli tenterà di accusare di vari misfatti.

Scoperte le sue bugie, fu richiamato dall’Ordine per essere punito. Poi di lui non si sa più nulla.

Non conosciamo il nome degli uomini e delle donne della “Torre delle Streghe” (spesso i documenti relativi alle condanne venivano bruciati insieme alle streghe) ma è sufficiente sapere che lo zelo eccessivo dell’inquisizione era arrivato anche in queste zone contadine del nostro Oltrepò, a colpire povere truffatrici, “erbarie” e “medichesse” annoverate tutte sotto il termine generico di “streghe” processate e arse sul rogo dopo confessioni estorte con torture inimmaginabili.

Tutti ci siamo immaginati i processi alle streghe come eventi eccezionali, manifestazioni di fanatismo religioso e ignoranza, ma racchiusi fra le mura delle grandi città sia in Italia che in Europa, non in un territorio, come quello oltrepadano, lontano dai grandi dibattiti sulla religione. Abbiamo scoperto che così non è stato. Il lungo braccio dell’Inquisizione è arrivato anche fra le nostre colline.

Come ha scritto Voltaire: “Le streghe hanno cessato di esistere quando noi abbiamo cessato di bruciarle”.

Fonti:

Brugnoli Laura “Misteri d’archivio” il “Il fenomeno della stregoneria e l’inquisizione nel pavese” atti del convegno di Varzi 25 giugno 2008

Marenzi C. “Varzi e la Valle Staffora: storia di un territorio dell’Oltrepò Pavese” contributo in www.italiamedievale.org

Barbieri M.E. “Un inquisitore in Valle Staffora” contributo in www.storiamito.it

Fotografia di copertina e articolo, gentilmente offerte da Antonio di Tomaso

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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