In un passato nemmeno tanto lontano il paesaggio agricolo del nostro Oltrepò Pavese, specialmente nella zona delle pendici delle colline al Po, era caratterizzato da filari di Gelsi che separavano i campi o erano ai bordi delle strade di campagna.

Popolarmente dello “muron” il Gelso è originario dell’Asia centrale e orientale (Gelso bianco “morus alba”) e dell‘Asia Minore (Gelso Nero “morus nigra”) e la sua presenza nelle campagne oltrepadane era legata all’allevamento dei bachi da seta e, quindi, alla produzione di questo prezioso filato.

Il Baco da seta

La produzione della seta ha origini molto antiche. In Cina si filava la seta già nel 2500 a.C. e si dice che nel 551 d.C. due monaci di San Basilio trafugarono in un bastone cavo alcuni bachi da seta e li donarono all’imperatore Giustiniano portandone in Europa la coltura.

In tempi più recenti lo sviluppo della bachicoltura nelle nostre zone ha origine nel XIV° secolo ad opera di Ludovico Sforza detto “Il Moro”, il quale, a partire dalla zona di Vigevano, creò allevamenti di bachi e semenzai di Gelsi (il primo Gelso pare fosse stato da lui piantato nel parco del castello di Vigevano) diffusi poi nel suo ducato.

La seta veniva ricavata dai bozzoli (La Gâlatâ) del baco da seta (il Bigat) che fino alla Seconda Guerra Mondiale veniva diffusamente e intensamente allevato sia nelle case dei contadini, sia nelle case private degli operai e degli artigiani che in quel modo arrotondavano le loro entrate. In molte case dei nostri bisnonni c’era un angolo con una stuoia di foglie con sopra i bachi da seta e, spesso, le donne di casa li allevavano per pagare la dota alle figlie.

Nella Provincia di Pavia, ai primi del Novecento, si producevano 34000 chilogrammi di bozzoli di prima scelta.

Quello della bachicoltura era un lavoro complesso costituito da molte fasi che richiedevano fatica e pazienza. Si cominciava in genere nella seconda metà di Aprile con l’acquisto delle uova del baco da seta, una specie di farfalla originaria della Cina Settentrionale che si nutre esclusivamente di foglie di Gelso. Le uova dovevano essere conservate nel tepore domestico in attesa della loro schiusa che richiedeva una temperatura superiore ai 15° ed un locale arieggiato e tiepido.

Per questo motivo il luogo più idoneo era la stalla dove le uova venivano poste in un cestello appeso al soffitto e coperto da un telo. Solo le famiglie più abbienti potevano permettersi una incubatrice riscaldata da un lume.

La schiusa avveniva dopo circa diciotto giorni e i “Bigat” venivano posti su graticci con il telaio di legno e il fondo di cannucce e fil di ferro o su tavole in legno o vimini ed alimentato con foglie di Gelso finemente spezzettate. Nei primi giorni il lavoro si limitava alla raccolta e alla frantumazione delle foglie di Gelso che dovevano essere asciutte , fresche e pulite.

Più i bachi crescevano, più aumentava il loro appetito e più si faceva pressante il lavoro per accudirli. Non mancavano le preoccupazioni perchè potevano esserci imprevisti come improvvisi sbalzi di temperatura e malattie che potevano compromettere il buon esito dell’allevamento.

Nell’ultimo periodo di sviluppo le larve del baco mangiavano con grande ingordigia e poi al trentesimo giorno cessavano di alimentarsi e si apprestavano a filare il bozzolo. A questo punto la famiglia contadina allestiva il “bosco” costituito da rametti di fascina variamente intrecciati e lo collocava nei “granai” o in soffitte appositamente oscurate per creare l’ambiente ideale.

Posti sul “bosco” i bachi cominciavano a filare il bozzolo di seta costituito da un singolo filo continuo di lunghezza variabile tra i trecendo e i novecento metri. Per l’utilizzazione della seta era necessario intervenire prima che il baco si trasformasse in farfalla. Perciò prima che ciò accadesse gli allevatori raccoglievano i bozzoli che venivano venduti in appositi mercati. Ce n’era uno a Pavia in Piazza della Vittoria, al Broletto e uno a Voghera detto “marca di cucon” nell’attuale Piazza Gabetta. I bozzoli venivano portati agli opifici che provvedevano alla filatura.

Le donne al lavoro in una filanda. 1920-1930

Erano le filande, stabilimenti di lavorazione e filatura della seta, grandi edifici alti e dotati di grandi finestre per garantire l’illuminazione. Grandi fortune vennero accumulate da chi seppe tratte vantaggio dal comprare a poco i bozzoli dai contadini e vendere a prezzi elevati i filati di seta.

Nella Provincia di Pavia, in un censimento nel 1927, si contavano ancora trenta filande. Il centro d’eccellenza era Pieve Porto Morone, al di là del fiume Po.

Ma anche nel nostro Oltrepò Pavese c’erano diverse filande. Nel 1820, a Voghera, Carlo Giuseppe Gallini impiantò la prima filanda della seta in “Contrada Scarabelli”, zona Piazza San Bovo, in un edificio che anni dopo sarà occupato dal Consorzio Agrario ed oggi, ristrutturato ospita appartamenti e le poste centrali. La filanda aveva 54 fornelli e occupava 108 operaie. Venti anni dopo nella filanda Gallini fu introdotta la “trattura” (filatura) a vapore.

La Filanda di Voghera

A Casatisma c’era una filanda, ancora oggi visibile ma abbandonata, di fronte alla Chiesa Parrocchiale, di prorietà del Conte Khevenhuller (il proprietario di Palazzo Mezzabarba) a cui si deve il significativo impulto, nei primi decenni dell’Ottocento allo sviluppo dell’allevamento dei bachi da seta nella zona.

Anche a Casteggio c’era una filanda posta nell’alto del paese e aperta intorno al 1760 dai Fratelli Longa poi associatisi con il benestante Antoio Maria Piatti. Addirittura a Casteggio il Comune ricavava entrate dall’affitto dei “muron” posti lungo le strade del paese per la bachicoltura.

A Rivanazzano c’era la filanda di Cesare Marelli con un laboratorio per la preparazione del “seme bachi”, le uova del baco da seta da cui far nascere i “bigat”.

Nelle filande i bozzoli erano raccolti, stufati ed essiccati in forno in modo che il calore uccidesse (pratica molto barbarica) il baco per evitare il foramento del bozzolo. Poi il lavoro proseguiva in diverse fasi.

La Filanda di Pieve Porto Morone. Foto di Chiolini Guglielmo

Prima di tutto c’erano le “scopinatura“, che permetteva di trovare il capo della bava mettendo il bozzolo a bagno in vasche con acqua a 75°-80° e la “trattura“, cioè la filatura. Seguivano la “binatura“, ossia l’unione di due o più bave per dare consistenza al filo, la “toricitura” dei fili, per fare compattezza e infine l’ “incannaggio” della seta sul rocchetto.

Le filande rappresentavano spesso per il nostro territorio l’unica possibile realtà occupazionale per molte donne che cominciavano ad essere avviate all’attività già all’età di 12 anni circa. Alle bambine era affidato il compito di immergere i bozzoli nell’acqua bollente e spazzolarli per trovare il filo iniziale da passare alle donne più esperte. Il lavoro era duro e malpagato. Gli orari erano estenuanti. Si lavorava dalle undici alle quattordici ore al giorno, dal lunedì al sabato, in ambienti malsani, afosi, a circa 50° di temperatura, a respirare un’aria nauseabonda, con le finestre sempre chiuse per evitare che spostamenti d’aria potessero agire negativamente sugli aspi e per mantenere un’umidità costante, necessaria a filare la seta.

La produzione della seta e quindi la bachicoltura, nel nostro territorio, cominciò a declinare fra le due guerre mondiali per scomparire dopo la seconda. Tutto ciò a causa sia della scoperta, intorno agli anni ’30, della seta artificiale che della meccanizzazione dei lavori agricoli che ha costretto nel tempo all’espianto delle piante di Gelso per maggior agio al passaggio dei mezzi agricoli motorizzati.

Lavorazione della Seta: video esplicativo

Fotografia di Copertina: Di Giovanni Migliara – Pinacoteca Civica di Alessandria (AL) – Italy, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27968846

Fotografia Bachi da Seta: Armin Kübelbeck   https://it.wikipedia.org/wiki/Bachicoltura#/media/File:Silk_worm_21_days_01.jpg

 

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.