Skip to main content

Domenica 22 Maggio 2022 con FAI Giovani Oltrepò Pavese abbiamo avuto la possibilità di visitare i resti del borgo fortificato di Monte Pico.

Monte Pico si trova su un promontorio boscoso a 385 s.l.m nel territorio comunale di Fortunago, sul versante opposto rispetto al borgo di S.Eusebio, in posizione dominante rispetto a quell’asse viario interno che in passato da Godiasco doveva condurre a Nibbiano e a Bobbio. 

Quella di Monte Pico è una storia che ha profonde radici in un lontano passato, ma è, al tempo stesso, l’affascinante storia della passione per questo luogo di un uomo che ha voluto fare di esso la sua ultima dimora.

E’ questa la storia che vogliamo raccontarvi.

Un momento della visita con FAI giovani Oltrepò Pavese. Al centro Giuliano Cereghini.

LA STORIA RECENTE, LA LEGGENDA E GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

E’ l’ormai lontano 2005 quando l’imprenditore milanese Luciano Tamini acquista da ben venti proprietari la collina di Monte Pico, accessibile allora solo attraverso una mulattiera e un ponte pericolante, con l’intenzione di costruirvi una chiesetta, una cappella e un edificio, una specie di casa-forte. A parer suo il luogo ha qualcosa di magico e affascinante. 

Per una strana coincidenza, proprio nel 2005, lo scrittore Giuliano Cereghini (ex segretario comunale originario di S.Eusebio) pubblica “La campana d’oro di Monte Pico”, un libro in cui racconta una leggenda legata a quel luogo, leggenda tramandata oralmente dall’ultimo abitante di Monte Pico, Guglielmo Pollo detto “il Babo”, classe 1905, che ricordava di avere giocato da bambino fra i ruderi di un castello. 

Resti di abitazione.

La leggenda narra del tesorino nascosto dell’imperatore Federico I° Barbarossa. E’ il 1155 e il Barbarossa, dopo essere uscito vittorioso dall’assedio di Tortona, viaggia verso Roma con un bottino, frutto del saccheggio della città, costituito da due carri carichi d’oro. Durante il viaggio l’imperatore viene ospitato dai Marchesi Malaspina nel Castello di Oramala dove, per meglio nasconderlo, vorrebbe fondere l’oro. Non ci riesce. Si reca allora a Monte Pico dove viene accolto dal signore del luogo, Oberto da Ruino. Nel borgo fortificato c’è una chiesetta con un campanile e due campane. Un soldato dell’imperatore suggerisce di usare una campana come recipiente per fondere l’oro e suscita in tal modo le proteste del diacono del luogo, Jacopo. Nonostante ciò la campana viene usata e poi sotterrata con l’oro in un “tra buche”, un pozzo protetto da spade e lance incrociate. Sulla campa cade, però, la maledizione del diacono. Se nel dissotterrare la campana gli scavatori avessero pronunciato una sola parola, la stessa sarebbe sprofondata ancora di più e non sarebbe più stato possibile recuperarla. Passano gli anni e, nel 1166, il Barbarossa torna a Monte Pico e vuole riprendere il suo oro. Durante lo scavo per recuperare la campana un soldato, nel ritrovarla, incautamente si lascia sfuggire un’esclamazione di gioia e la maledizione del diacono Jacopo fa sì che la campana sprofondi talmente nel terreno da renderne impossibile il recupero. Il Barbarossa, a malincuore, è costretto a rinunciare al suo bottino che potrebbe essere ancora custodito nelle profondità di Monte Pico.

Resti delle mura di edifici.

Nel 2006 Tamini comincia i lavori di costruzione degli edifici e dal fitto della vegetazione iniziano a comparire resti di antiche mura, cocci, monete e una cisterna circolare nei cui pressi viene trovata una moneta da venti soldi di Maria Teresa d’asburgo. E’ chiaro che Monte Pico nasconde un tesoro che non è la campana d’oro del Barbarossa ma (come ha scritto Erika Della Casa nel suo libro “Il cammino del vecchio leone: cento anni di Tamini, un’eccellenza italiana”) “…Una storia antica, più antica di quegli alberi che l’hanno celata per secoli”.

Vista panoramica dello scavo archeologico

Ed è così che nel 2011 intervengono i “professionisti” e comincia a Monte Pico una campagna di scavi, finanziata inizialmente da Tamini, e condotta dalla dottoressa Silvia Lusuardi Siena dell’Università Cattolica di Milano. Dagli scavi emergono un’imponente cinta difensiva in pietra locale che doveva collegarsi ad un ingresso per l’accesso, forse una “porta-torre”, individuata nella parte sud-ovest della collina e una cinta muraria più interna che correva parallela alla prima e delimitava la sommità dell’altura. Compaiono strutture riconducibili alla divisione interna dell’ abitato risalenti agli inizi del XIV° secolo, compresa la monumentale cisterna circolare in laterizi per l’acqua, poi trasformata in ghiacciaia, dove è stata trovata la moneta di Maria Teresa d’Asburgo databile agli anni 1771-1774.
Quello che compare è chiaramente un borgo fortificato con mura, locali d’abitazione e di servizio e che è stato interessato da un insediamento stabile a partire almeno dal basso medioevo. Durante gli scavi emergono monete di varie epoche, cocci, frammenti di vasi e persino reperti risalenti al Neolitico Medio e Tardo (una punta di freccia e una lama d’ascia in pietra verde) che testimonia come la collina di Monte Pico fosse frequentata fin dalla preistoria.

La Ghiacciaia

LA STORIA ANTICA

Il primo documento in cui viene nominato Monte Pico è il, già più volte citato in altri nostri articoli, testamento del Diacono Gerardo del 1028 in cui il luogo compare tra i beni lasciati in eredità al Marchese Ugo d’Este. Successivamente Monte Pico appartenne alla famiglia dei Ruino, indicata come originaria di Monte Pico tanto da essere nota come i Conti Ruino di Monte Pico. In seguito il luogo fece parte del feudo di fortunago di cui seguì le sorti fino alla fine del feudalesimo.

Per quasi tutto il XV° secolo fu dei Dal Verme e, nel 1486, fu concesso, dopo la morte per avvelenamento di Pietro Dal Verme, da Ludovico il Moro a suo cognato Gerolamo Riario, già signore di Imola e di Forlì. 

Il 26 Settembre 1499, come sempre accadeva quando di un feudo si dava nuova investitura, nella chiesa di San Giorgio a Fortunago, furono proprio i nobili “De Ruino de Montepico” i primi a giurare fedeltà al Riario. Monte Pico passò poi, come Fortunago, ai Botta dai quali fu poi venduto ai Marchesi Malaspina di Oramala ai quali rimase fino al 1770.

Nel 1780 Monte Pico costituì un’unità autonoma da Fortunago, chiamata “Territorio di Monte Pico” che comprendeva anche S.Eusebio, alcune cascine della zona e Ponticelli, una cascina padronale che in alcuni periodi l’abitazione dei Conti di Monte Pico e probabilmente la sede amministrativa di quel territorio. Il luogo fu abitato fino agli inizi del ‘900 da una piccola comunità di famiglie residenti negli edifici ancora oggi in parte visibili.

LA STORIA OGGI

Abbandonato agli inizi del ‘900 Monte Pico è stato, a poco a poco, dimenticato e la vegetazione ha celato il suo passato nascondendolo agli occhi della storia. 

Oggi gli scavi archeologici ce lo hanno riconsegnato e nella cappella dal bel portale in bronzo raffigurante S. Francesco, opera dello scultore Antonio De Paoli, riposa dal 2017 Luciano Tamini, l’uomo che aveva intuito l’aura magica del luogo e a cui dobbiamo il ritrovamento del borgo fortificato.

La cappella con il portale realizzato dallo scultore Antonio De Paoli, al centro.

Disclaimer

Ai sensi dell’art. 1, comma 1, del D.L. 22 marzo 2004, n. 72, come modificato dalla Legge di conversione 21 maggio 2004, n. 128 e succ. mod., tutte le opere eventualmente presenti sul presente sito, e suscettibili di copyright, hanno assolto gli obblighi derivanti dalla normativa sul diritto d’autore e sui diritti connessi. Anche per tali opere vale il divieto di cui al punto precedente. E’ vietata la riproduzione e l’utilizzo senza l’autorizzazione ed il consenso dell’autore

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.