Tanto tempo fa, nel cuore della Primavera, i campi dell’Oltrepò fra Voghera, Tortona e Alessandria, si coloravano del giallo intenso di una pianta che oggi è sconosciuta alla maggior parte di noi, il Guado. Questa pianta, il cui nome scientifico è Isatis Tinctoria, dava lavoro a migliaia di famiglie e per almeno tre secoli ha fatto la fortuna di molti paesi compresi nell’area fra Casteggio, Voghera, Castelnuovo Scrivia, Tortona e Novi.

Era l’oro blu dell’Oltrepò Pavese.

Note storiche sulla pianta

Erano gli inizi del XII° secolo quando in Oltrepò venne introdotta la coltivazione del Gualdo, una pianta biennale della famiglia delle crucifere, originaria della zona sud-orientale della Russia, le cui foglie contengono un colorante blu (indigotina) adatto a tingere le fibre tessili, in particolar modo la lana. La coltivazione del Gualdo andò lentamente a sostituirsi a quella della Robbia, che era stata fino ad allora coltivata in Oltrepò e che serviva ad ottenere il colore rosso in varie tonalità. In pochi decenni l’Oltrepò divenne sia il più grosso produttore che il più importante esportatore di Gualdo tanto da sfidare i grandi produttori europei sul mercato inglese.

La coltura del Gualdo

La coltura del Gualdo non esigeva condizioni particolari sia del suolo che del clima ma si basava sopratutto sulla disponibilità di una manodopera abbondante e addestrata per seguire tutte le fasi della coltivazione, dalla semina alla sarchiatura, fino ad arrivare alla raccolta e alla successiva lavorazione delle foglie. La raccolta del gualdo (che veniva generalmente seminato in autunno) cominciava dal giorno di San Giovanni, il 24 Giugno, e procedeva poi a intervalli di 15-20 giorni fino ad Agosto e a volte fino a Settembre, se il tempo lo permetteva.

Le foglie raccolte venivano portate in cascina e poi fatte sciugare al coperto in un posto ben aerato per evitare che marcissero. Quando le foglie avevano raggiunto il giusto punto di essiccatura venivano sottoposte all’azione di un frantoio a pietra, detto “Mulino da Gualda“, mosso a mano da un animale per fornire un movimento lento e costante. Il mulino da gualdo poteva essere di proprietà dei grossi produttori o affittato ai piccoli produttori. Era formato da due ruote di pietra, una verticale ed una orizzontale. Dalla frantumazione delle foglie si otteneva una pasta umida che doveva essere posta nuovamente ad asciugare.

Si formavano quindi con le mani delle palle di 10-15 centimetri di diametro e di circa 500 grammi di peso, oppure si poneva la pasta in stampi di legno da cui si ottenevano delle specie di pani. A questo punto la pasta di Gualdo, in palle o in pani, era pronta per essere spedita dentro sacchi di tela verso il mercato a bordo di carri o a soma di mulo.

Gli utilizzi del Gualdo

Il colore blu del Gualdo. Foto di https://rivista.clionet.it

Il 10% del Gualdo prodotto in Oltrepò Pavese veniva usato dalle tintorie artigianali esistenti sul territorio, a Sale e a Voghera dove ce n’erano ben tre. Invece la maggior parte veniva esportata dall’Oltrepò nel resto della Lombardia e verso Venezia su barche che discendevano il Po. Carovane di muli si dirigevano invece verso il porto di Genova dove il Gualdo veniva caricato su navi che lo portavano nei mercati del Nord Europa. Le stesse carovane di muli tornavano poi in Oltrepò cariche di olio, sale, pesce salato e lane che magari erano tinte proprio con il blu del gualdo prodotto in Oltrepò.

Il successo del commercio del Gualdo attirò l’attenzione dei Visconti e, così, dal 1426, il Duca di Milano Filippo Maria Visconti decide di fare un prelievo “una Tantum” sul Gualdo prodotto l’anno precedente, arricchendo in modo le casse del Ducato.

La colorazione

Quando il Gualdo arrivava in tintoria, in palle o in pani, veniva ridotto in polvere fine che veniva mescolata ad acqua bollente e cenere di legno fino ad ottenere, con un particolare procedimento, quel colore blu tanto apprezzato nel quale venivano immerse le fibre da colorare sotto forma di matasse o di tessuto.

Da una immersione si otteneva un colore blu pallido, da due immersioni si otteneva un blu medio e da tre immersioni un blu profondo. Il Gualdo veniva usato in tintoria anche come base per ottenere altri colori fino ad arrivare al nero. Infatti con l’aggiunta di principi coloranti tratti da elementi naturali come la Robbia, la Cocciniglia, la Guardarella e lo Zafferano oltre alla gamma di blu si potevano ottenere il nero, il verde, lo scarlatto e il viola. Inoltre il Gualdo era un colorante molto resistente.

Nell’Arazzo di Bayeux (risalente alla seconda metà del XI° secolo e conservato nel Centro Guillaume-Le-Conquerant di Bayeux in Francia) un ricamo su lana che racconta la conquista normanna dell’Inghilterra, tutti i blu sono tinti con Gualdo e i colori hanno conservato dopo novecento anni la stessa brillantezza.

Dall’ascesa all’inutilizzo

Il blu del Gualdo fu l’unico colore blu disponibile in Europa fino a metà del XVII° secolo quando fu gradualmente sostituito dall’Indaco, di provenienza asiatica o americana, dal quale si poteva ottenere lo stesso principio colorante ma in una concentrazione dieci volte superiore. In Oltrepò, però, il Gualdo continuò ad essere coltivato nel corso del Settecento e in parte dell’Ottocento perchè i tintori usavano miscelarlo con l’indaco per ottenere particolari effetti cromatici.

Poi la coltivazione del Gualdo venne abbandonata e la pianta oggi è quasi scomparsa.

Dal 1990 è stata però reintrodotta a Castelnuovo Scrivia che fin dai tempi di Federico Barbarossa e poi durante il Rinascimento ne è stato il maggior centro di produzione e lavorazione.

Il Gualdo oggi

Oggi il Gualdo si può vedere in paese e in campagna e lungo le stradine perimetrali della riserva naturale. Il 2 Giugno 2014 Castelnuovo Scrivia ha voluto inaugurare un Monumento al Gualdo nei giardini Regina Elena. Qui, in un’aiuola coltivata a Gualdo, è stata posta una coppia di molle in conglomerato appennino della Bal Borbera recuperate tra quelle che venivano utilizzate nella frantumazione del Gualdo. Un modo per ricordare un mondo che non c’è più ma che aveva fatto dell’Oltrepò, e non solo quello pavese, un territorio ricco con quell’Oro Blu che da Genova aveva invaso il mondo dando origine al mitico “Blue Jeans“.

Per chi volesse sapere di più sul Gualdo, può leggere il libro di Italo Cammarata “Oro Blu. Storia e Geografia del Gualdo di qua dal Po”, edito da EDO, Edizioni Oltrepò.

Fotografia di copetina: http://www.alleanzaverde.com/blog/?p=963

Fotografia colore: shorturl.at/jpI19

 

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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