Come veniva festeggiato in passato il Carnevale nel nostro Oltrepò?

Il Carnevale dei nostri bisnonni era di fatto una festa contadina che rimandava a riti tradizionali antichi, dove l’usanza di bruciare un fantoccio richiamava sacrifici primitivi in cui con il fuoco si esorcizzava il male.

Nelle nostre colline la fine del Carnevale, celebrata in genere al Martedì grasso precedente il Mercoledì delle ceneri, giorno di inizio della Quaresima, veniva detto “brüsà Cârnuà” ed era rappresentato appunto da un fantoccio bruciato su un rogo o più spesso da fascine bruciate nei campi o ai margini dei vigneti.

Carnevale Retorbido 1939

In alcuni paesi come Retorbido, Codevilla e Torrazza Coste, la domenica precedente le Ceneri, si bruciavano i “i fâsén âd pudàsâ” (fascine dei tralci delle viti rimaste dopo la potatura) e al Trebbio, una frazione della Val Schizzola, le ceneri di questi falò venivano raccolte e portate a casa dalle donne che le custodivano fino al Carnevale seguente.

Spettacolare era l’usanza di bruciare il Carnevale a Torricella Verzate perchè la tradizione voleva che si accendessero grandi fuochi sulle colline circostanti e spesso le fascine venivano legate sopra un palo per avere un fuoco più alto e spesso c’era una vera e propria gara vinta da coloro che riuscivano a far durare le fiamme più a lungo.

Carnevale era anche l’usanza di mascherarsi, di nascondere il volto, di essere per un giorno qualcosa di diverso. I nostri bisnonni si mascheravano con abiti che erano ormai da considerare stracci. Si usavano camicioni annodati sul fondo e riempiti di paglia per cambiare corporatura e il volto veniva truccato col carbone o con un turacciolo annerito al fumo del camino.

A volte gruppi mascherati imitavano personaggi e situazioni come, ad esempio, finti preti che sposavano la signorina “Sonsa Câterinâ” (sugna Caterina, dove la sugna era il grasso da cui si ricavava lo strutto) con “Lard Duménich” (lardo Domenico), con lo scopo principale di fare “dâl Vonc“, dell’unto, come a ricordare l’ultima possibilità di mangiare carne, grasso prima dell’astinenza dalle carni quaresimale.

A Zavattarello le donne usavano indossare vestiti e acconciature appariscenti mentre gli uomini si avvolgevano in sacchi di iuta legati con una corda e giravano armati di scopa.

Carnevale Cegni

A Cegni, il cui Carnevale sopravvive tuttora, cortei in maschera e danze ruotavano attorno al grottesco matrimonio fra “la povera donna” e il “brut“, un ricco signore.

Non mancavano feste mascherate e veglioni danzanti nei teatri o nelle abitazioni private, specialmente di quelle famiglie in cui una ragazza da marito tardava a fidanzarsi, fedeli al detto “a Cranva a s’marida bej e i brut”, a Carnevale si maritano i belli e i brutti.

Alessandro Maragliano

C’erano sfilate di carri allestiti con la cartapesta. A Voghera nel 1874 la “Società della luna“, presieduta da Alessandro Maragliano, preparò una sfilata di carri con costumi disegnati da Giovanni Pacotto e delle animazioni che i soci, detti “lunatici” presentarono in padiglioni umoristici come, ad esempio, “l’uovo di Cristoforo Colombo” deposto da una gallina vogherese o il “braciere” su cui Muzio Scevola si bruciò la mano.

L’anno seguente vide la luce la maschera “ufficiale” di Voghera, Buricinela. Vestito tutto di verde a significare la “bulata” (cioè l’essere sempre al verde con le tasche vuote), con una corta e aderente giacchetta alle cui maniche erano attaccati dei campanelli così come al fondo dei pantaloni, con una mascherina nera sul volto e un berretto grigio con alla sommità un campanellino, Buricinela rappresentava i vizi della comunità vogherese.

Buricinela arrivava in Piazza Duomo seduto su un trono preceduto dalla banda musicale e da tutte le altre maschere per essere posto sul rogo. Prima di ciò veniva letto il suo “Testament” scritto in dialetto vogherese da Giuseppe Odisio.

Nel testamento venivano messe in evidenza tutte le pecche dell’amministrazione comunale. Il corpo di Buricinela ridotto in fumo volava in cielo e raggiungeva la luna dove riprendeva vita per tornare tra i vogheresi il Carnevale seguente.

Con lo scioglimento della “Società della luna” il carnevale vogherese cominciò a perdere importanza e così anche la maschera di Buricinela.

Fortunatamente negli ultimi anni l’amministrazione vogherese ha recuperato questa tradizione e il rito del rogo di Buricinela.

Fonti: “In Oltrepò appena ieri” di Angelo Vicini, Edizioni Edo

Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.

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