Lo scorso 15 Maggio 2021 al Castello Visconteo di Voghera, all’interno della rassegna “Voghera pedala”, è stato presentato il saggio di Paolo Arbasino “Luigi Lucotti. Il Pierrot Enfariné. Storia di un vogherese pioniere del ciclismo”.

Il libro, arricchito dalle testimonianze di Angelo Vicini e dalle foto tratte dall’album della famiglia Lucotti, racconta la vita di Luigi Lucotti (1839-1980), un ciclista professionista, gregario del più famoso Girardengo, vogherese un pò dimenticato, che partecipò a ben sette edizioni del Giro d’Italia, dal 1913 al 1926; e a numerosi Tour de France. Era quella di Lucotti l’epoca di un ciclismo eroico, fatto di strade polverose e dissestate, di tanta fatica e poca gloria, di tappe interminabili e di tanti sacrifici.

La carriera di Lucotti è, nei giorni dell’arrivo del Giro d’Italia sulle nostre colline dell’Oltrepò Pavese, ricordata da molti. Ma il vogherese Lucotti che, dopo aver lasciato la carriera da ciclista, aprì nella sua città un negozio di biciclette, non è stato l’unico pioniere del ciclismo nel nostro Oltrepò Pavese. Prima di lui un altro ciclista vogherese si fece conoscere come uno dei più forti velocisti della scena italiana e internazionale.

Il suo nome era Federico Momo. E’ la sua storia che vogliamo raccontarvi.

Nato a Voghera l’11 Novembre 1878, Momo è stato un grande campione della bicicletta da pista, un atleta della velocità pura. La sua attività  sportiva comincia negli anni della “Bella Epoque“, nel decennio a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando il ciclismo privilegia la pista e i circuiti alle gare su strada, sia per le minori difficoltà organizzative sia per consentire al pubblico la visione dell’intera corsa. Gli anelli dei primi ciclodromi richiamano infatti le folle più eleganti e suscitano sfide e scommesse. E’ nel ciclodromo milanese, una pista di legno di 333 metri impiantata sul lato sinistro dell’Arco della Pace, che Momo fa la sua prima gara. E’ il 1896 e non ha ancora 18 anni. In palio ci sono il “Bracciale milanese” e un premio giornaliero di dieci lire, una cifra che per i tempi è più che rispettabile.

Gareggiando con uno dei più accreditati velocisti di quei tempi, Sangrossi, Momo riesce a vincere e ad aggiudicarsi il premio. E’ un grande successo che si ripete anche l’anno seguente. Ingaggiato dalla Bianchi e poi dalla Peugeot, che gli costruisce una bicicletta con un particolare rapporto per farlo correre più veloce, Momo (che non riesce mai a vincere un titolo italiano) ottiene le maggiori soddisfazioni sulle piste straniere sfidandosi con i più grandi velocisti del tempo, come il francese Jacquelin.

E’ con quest’ultimo che, nel 1900, Momo si batte nella contestatissima gara del “Gran Prix” di Parigi che si svolge nel “Velodrome du Parc de Princes“, una pista di 500 metri su quattro giri. Davanti ad una immensa folla che chiaramente tifa per il francese, la ruota della bicicletta di Momo sembra superare nel finale quella del francese che, a sua volta, sembra ritenere di essere battuto. Ma i giudici, per timore delle rimostranze dei parigini, capovolgono il verdetto e assegnano la vittoria a Jacquelin. Più tardi, quando vengono sviluppate le fotografie prese sul traguardo, è chiaro che la vittoria è di Momo. L’ingiustizia subita fa di Momo il più amato dagli sportivi italiani. In suo onore si scrivono poesie e la “Gazzetta dello Sport” lancia una sottoscrizione che frutta la somma di 732 lire e 52 centesimi con la quale si fonde una enorme medaglia d’oro che viene consegnata a Momo alla fine di un banchetto che si tiene proprio a Voghera.

Dopo qualche tempo dall’ingiustizia del Gran Prix di Parigi, Momo lascia le gare ciclistiche e passa prima al motociclismo, battendo il record dell’ora percorrendo cento chilometri, e poi all’automobilismo dove è corridore e costruttore della “Junior“, una fabbrica di auto.

Insieme ad Arturo Mercanti avvia la costruzione dell’Autodromo di Monza.

Ritorna al suo primo amore, la bicicletta, nel 1933 quando diventa Presidente dell’Unione Velocipedistica Italiana, organizzazione nata a Pavia nel 1885.

Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale Momo si ritira a vita privata e passa gli ultimi anni della grande fattoria di Bressana Bottarone dove il “Diavolo Volante” (così è chiamato) muore del 1958.

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Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.