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C’è stato un tempo in cui nel nostro Oltrepò Pavese si contavano circa duecento mulini. Tutte le valli dell’Oltrepò erano costellate da queste costruzioni caratterizzate da una grande ruota a pale e quella del mugnaio era una delle attività più redditizie oltre che una delle più antiche e indispensabili nella storia dell’uomo.

Ovunque vi fosse un corso d’acqua di una certa entità, gli uomini vi costruirono un mulino a pala che sfruttando la caduta dell’acqua ruotava imprimendo movimento alla macina.

La storia dei Mulini ad Acqua nel nostro Oltrepò Pavese ha origini antiche che risalgono al medioevo quando i feudatari locali e ne costruirono almeno uno per ogni feudo. Era il feudatario che autorizzava la costruzione del mulino, rimanendone il proprietario e dandolo in gestione ad altri. I sudditi avevano l’obbligo di servirsi solo del mulino di quel feudo e al mulino venivano macinati non solo grano ma anche farro, scelta, miglio, segale che, opportunamente frantumati e miscelati, producevano il “pane di mistura”, meno costoso di quello ottenuto col grano. Veniva ottenuta farina anche macinando, dopo averli essiccati, ceci, castagne, fave e persino ghiande.

E’ dei mulini ad acqua della Valle Staffora che vogliamo raccontarvi. Nel corso dei secoli nel territorio bagnato dallo Staffora e dai ruscelli che in esso confluiscono, sono sorti sempre più numerosi i mulini tanto che se ne poteva contare quasi uno per ogni frazione. Oggi di quei mulini ne sono rimasti pochi e nessuno ancora in funzione. Alcuni sono stati ristrutturati o sono in via di ristrutturazione, altri abbandonati ad un inesorabile declino, di altri ancora resta solo un lontano ricordo.

Facciamo con voi un “ideale” viaggio in quella che poteva essere una vera e propria valle dei mulini ad acqua.

Risalendo la strada che conduce a Varzi e poi all’Alta Valle Staffora, con una deviazione si giunge a Cecima dove si trova un vecchio mulino che ha smesso di funzionare nel 2009. Fu fatto costruire nel 1295 dal feudatario dell’antico borgo, il Vescovo di Pavia Guido di Langosco. Attorno al 1700 fu gestito dalla famiglia Torti e nel 1923 acquistato da Achille Zelaschi il cui discendente, Luigi, deceduto nel 2019, è stato l’ultimo mugnaio. Il caratteristico mulino funzionava grazie ad una deviazione dell’acqua dello Staffora che alimentava un canale e quindi la ruota del mulino. Oggi è in corso un progetto di recupero dell’antica costruzione.

Poco più avanti, salendo verso Varzi, si arriva a Bagnaria, un antico borgo che conserva ancora la sua cinta muraria difensiva. Nel suo territorio esistevano ben tre mulini ad acqua che fino alla fine del secolo scorso erano perfettamente funzionanti. Dei tre è rimasta traccia solo di un vecchio mulino che ha cessato la sua attività nel 1975 e che si trovava proprio nel punto in cui ha inizio la strada che porta nella parte alta del borgo. Oggi è stato trasformato in casa di abitazione anche se si può ipotizzare che il manufatto potesse risalire ad un periodo precedente il 1700.

Anche a Varzi nel basso medioevo esistevano ben tre mulini ad acqua che sfruttavano il dislivello dell’acqua di un canale derivato dallo Staffora. C’era il “Mulino del Borgo” costruito vicino al castello (nella zona delle scuole elementari), c’era il mulino costruito a sud della torre dell’orologio dove una delle due macine serviva per “volare” i tessuti logori al fine di poterli ritessere e c’era il “mulino della pieve” posto di fianco all’antica pieve, oggi Chiesa dei Cappuccini, dove una delle due ruote era collegata alle macchine di un’officina per la lavorazione del ferro.

Salendo verso l’Alta Staffora si trovano, alla destra e alla sinistra del torrente, numerosi borghi caratteristici immersi nel verde dei boschi. A Menconico, antico possesso dei Monaci di San Colombano di Bobbio, in prossimità della frazione Riva, si trovano i resti dell’antico Mulino Spalla che pare esistesse già nell’alto medioevo. 

Si tratta di un complesso di più edifici tra loro adiacenti, tutti realizzati in pietra e Malta e in cui è ancora visibile la ruota in ferro. Fu costruito lungo il torrente Aronchio nel 1868, entrando in funzione nel 1870, con materiale portato a spalla (da qui il nome) dai Rossi di Ghiareto. Aveva macine non di sasso ma di graniglia. E’ stato di proprietari diversi per ritornare alla famiglia Rossi che lo chiuse nel 1952. Durante la Seconda Guerra Mondiale diede rifugio al partigiano detto “l’alpino” proveniente dalle valli bresciane. 

A Cegni, frazione di Santa Margherita Staffora nota per il suo Carnevale Bianco, sulla strada per Fego si trova il “Mulino del Biondo” risalente, pare, addirittura all’epoca longobarda. Ha cessato di funzionare intorno agli anni ‘60 e, proprietà della famiglia Biscaglia, è stato ristrutturato ed è ancora ben visibile la grande ruota. 

Sempre nel territorio di Santa Margherita Staffora, nei pressi di una delle sue frazioni, Cignolo, tra vigne, prati e il greto dello Staffora, si trova il mulino più conosciuto della Valle Staffora, il Mulino Pellegro, che integralmente ristrutturato ospita dal 2006 all’interno del porticato un piccolo museo contadino che intento didattico. Restaurato nel 1835 dal proprietario Pellegro Negruzzi, da cui ha preso il nome, ha avuto un ultimo mugnaio Giacomo Negruzzi, nonno dell’attuale proprietario. 

Mulino Pellegro

Secondo alcuni documenti risalenti al 1275, pare esistesse nel luogo in cui si trova oggi il Mulino Pellegro, un vecchio mulino chiamato Falchio di proprietà del potente casato dei Malaspina. Altri documenti dell’archivio comunale riportano che nel 1821 era chiamato “sito d’osteria con mulina”. Il mulino aveva una presa principale per l’acqua nel torrente Staffora e alcune prese secondarie più piccole collegate ai ruscelli come il Rio Cignolo. 

Un tempo la ruota era di legno poi sostituita da una in ferro. Il Mulino Pellegro era non solo il luogo dove i contadini portavano a macinare il loro frumento ma anche un luogo di incontri dove arrivavano persone da paesi diversi che si scambiavano idee e notizie e, a volte, concludevano affari vendendo animali, attrezzi da lavoro e terreni. 

Un mondo ormai passato quello dei mulini ad acqua della Valle Staffora, finito con l’arrivo dei motori che si sono sostituiti alla forza dell’acqua, ma che una visita al Mulino Pellegro può riportare alla memoria e, allora stesso tempo, portare a conoscenza delle nuove generazioni non solo le tradizioni contadine ma anche il modo in cui nel mulino venivano macinati frumento e granturco attraverso due “palmenti”, ognuno composto da due macine di pietra.

Immagine di copertina: Roberta Tavernati

Roberta Tavernati

Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Università degli studi di Pavia, nel 2012, con una tesi sulle Tecniche Cinematografiche 3D e il Motion Capture. Nello stesso anno ho aperto la mia azienda di apicoltura, MielOrum, con punto vendita a Casteggio. Da sempre, le mie passioni sono i computer, la grafica, la scrittura e la fotografia. Queste ultime, in particolare, insieme all'amore per il mio territorio, mi hanno motivata ad aprire questo blog.